di Teresa Marchesi
Il Domani, 2 settembre 2025
Niente santini o ricatti emotivi: la serie di Bellocchio (con protagonista Fabrizio Gifuni) surclassa tutti. Un viaggio kafkiano in quegli anni tra Settanta e Ottanta che hanno cambiato per sempre faccia all’Italia. “È un mercato pazzerello/ dove trovi questo e quello/ e c’è pure un pappagallo/ col becco giallo”. La sigla era sapientemente targettata sulle intelligenze protozoiche, ma il format di Portobello, già dal suo esordio in bianco e nero in quel 27 maggio 1977 sulla seconda rete Rai, anticipava i palinsesti di tanta televisione a venire. Ma era anche la rivincita dei vinti, la promozione del Terzo Stato. Nel “mercatino del venerdì”, come nel suo omologo londinese, c’era posto per tutto e per tutti.
Era il riscatto dall’anonimato per gli inventori bislacchi, i venditori di usato (il “Centralone” era l’archetipo di eBay, Vinted e Etsy), i cercatori di affetti perduti (rubrica “Dove sei?”), i bisognosi di anima gemella (rubrica “Fiori d’arancio”). Era il megafono delle piccole ingiustizie ordinarie. In sei anni, con picchi di 28 milioni di spettatori, il programma diventerà un pantagruelico divoratore di ascolti e il tempio di Enzo Tortora, supporter dei senza potere e ministro di un culto di massa.
Con la stessa potenza di fuoco i primi due episodi (su sei) di Portobello, la serie firmata da Marco Bellocchio per HBO Max in arrivo nel 2026, l’assaggio cioè in anteprima a Venezia, hanno surclassato la concorrenza sugli schermi del Lido, oscurando il concorso. Sarà la prima serie originale prodotta in Italia chiamata a inaugurare la piattaforma streaming di Warner Bros. Discovery, in rampa di lancio.
Né santino né ricatti emotivi - Dall’eruzione mediatica datata 17 giugno 1983, con le manette a un’icona, il “caso Tortora”, sintesi tragica e spettacolarizzata di malagiustizia e regicidio, non ha mai smesso di scuotere le coscienze. C’era però un solo regista in grado di evitare il santino e il ricatto dei sentimenti, narrando l’iperbolica ascesa e la ghigliottina simbolica, le ossessioni e il rancore che mito e successo alimentano nelle menti puerili, la rivalsa melmosa che contagia anche il sistema giudiziario. Quel regista si chiama Marco Bellocchio, ed è in gara con sé stesso.
Il viaggio kafkiano nelle trame oscure dell’affaire Tortora è perfino più appassionante e feroce di Esterno Notte. E riguarda gli stessi anni, tra la fine dei Settanta e i primi Ottanta, che cambiarono faccia all’Italia. Fu Paola Borboni, con le sue novanta primavere festeggiate in tv, la prima ospite che riuscì a “fare l’impresa”, a far parlare cioè il pappagallo-mascotte di Portobello dopo un quinquennio di ostinato mutismo: il rito da batticuore del venerdì sera.
Prossimo agli 85 ma molto più in forma, il regista de I pugni in tasca regala al suo pappagallo metaforico (firmano con lui la sceneggiatura lo Stefano Bises di M, Giordana Mari e Peppe Fiore) un’eloquenza da Fidel buonanima dei tempi d’oro. Perché - se sei bravo- non c’ è solo una storia da raccontare. Sono due storie che marciano in parallelo, dietro e davanti al piccolo schermo. Linee rette che si incontrano, contro ogni logica: la televisione dei grandi numeri - come l’universo social di oggi- può ispirare anche tempeste di fango.
Due storie parallele e due protagonisti - Portobello è metatelevisione. Il carisma di Fabrizio Gifuni fa da cerniera tra la televisione che ipnotizza (nella sequenza superlativa che fa interagire un mago dilettante con la platea in trance consenziente dei bar, dei sofà da salotto buono e della cucina di casa) e la televisione che fa ragionare (la serialità di Bellocchio, tv d’autore che migliora il cinema).
È un blade runner, Gifuni, alla lettera (in inglese significa un’altra cosa). Passando da Alcide De Gasperi a Aldo Moro, da L’amica geniale al borghese che fece sognare sogni propri all’Italia degli umili, si mette a rischio e lo sa. Occorre un gigantesco lavoro di recitazione per ricreare figure che appartengono a tutti. E l’umiltà di rendere quelle figure più memorabili dell’attore.
Gifuni però divide equamente la scena con un altro gigante, il Lino Musella che incarna Giovanni Pandico ‘o pazzo, l’accusatore-chiave, il camorrista “dissociato, non pentito” che nel 1982 vuoterà il sacco sulla Nuova Camorra Organizzata. Bellocchio pedina, di carcere in carcere, di cella in cella, lo “scribacchino” frustrato che venera Cutolo e dialoga da mitomane col “nemico” che lo ossessiona. “Figlio di puttana e cornuto”, lo apostrofa, “senza le nostre sofferenze non saresti nessuno”.
L’escalation dello show procede in parallelo con l’escalation dell’odio. “Paranoico, schizoide, dotato di personalità aggressiva” secondo la cartella clinica, il Pandico che incastra il conduttore su un semplice sgorbio vergato da altri per la Procura di Napoli è un testimone attendibile. Fresco dell’ultimo omicidio, Pasquale Barra conferma a ruota. “Sì, ci sta pure lui”. Perché il Commendatore - per nomina di Sandro Pertini - è un succulento trofeo da riflettori. Votava liberale, precisa Marco Bellocchio, “non era protetto né da Dc né da Pci, le due grandi chiese di allora, era laico, perciò anche la chiesa diffidava di lui”. Non era simpatico agli intellettuali.
Sono due generi cinematografici distinti - film carcerario e fiaba epica di una scalata semi-hollywoodiana al successo - che scandiscono la narrazione e si valorizzano simmetricamente. Due facce dello stesso paese. Chi sta davanti al piccolo schermo non è un’entità amorfa, è altrettanto protagonista: reagisce, ama o odia, invidia o venera. Per quanto magistralmente riprodotti, i frammenti di show con Tortora-Pulcinella e Tortora-Cristoforo Colombo, con le trombe dei bersaglieri e i tenori orfani di teatro, sarebbero meno eloquenti senza il puntuale interfaccia del tifo da casa. Sono persone, attori recitanti, non numeri. Altri - ma non Bellocchio - si sarebbero accontentati delle scritte in sovrimpressione con cui la Rai esaltava le impennate di ascolti.
Media e manette - È per questo che acquista peso il voltafaccia di tanti fans sfegatati, materia del secondo episodio. Davanti ai Tiggì con l’Eroe di ieri in disgrazia si scapicollano giù dal carro del vinto. Innocentisti e colpevolisti per atto di fede, come nelle immancabili ‘inchieste volanti’ sulla pubblica via: “Dovrebbe prendere l’Oscar perché ha preso in giro 28 milioni di italiani”.
“È facile scampanando retorica fare apparire una vittima come un privilegiato”, scriveva Leonardo Sciascia. Una divinità che precipita è pur sempre uno shock saporito. Trapela anche dagli occhi duri degli agenti che si “prendono cura” del neo-carcerato, spedito in cella con i detenuti comuni, non nel boudoir a cinque stelle che Poggioreale riserva a Raffaele Cutolo (“Il Professore” è Massimiliano Gallo, un cameo di gran classe).
Le “zampate” bellocchiane impepano il giusto. Il pullmino di mamma Rai in agguato per intercettare Tortora in manette resta a lungo nell’inquadratura. Le genuflessioni dei sicari devoti davanti alla statua della Madonna a Poggioreale sono dettagli DOC. I camorristi brindano al terremoto dell’Irpinia: un regalo di stato da 50mila miliardi. E Tortora non è un santo martire da pala d’altare: il regista lo fa sniffare con discrezione. Barbora Bobulova, Massimiliano Rossi, Fausto Russo Alesi, Piergiorgio Bellocchio, tra gli altri, arpeggiano da solisti affiatati. Il grande cinema, in fondo, è musica che si guarda.









