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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 23 dicembre 2025

Per una riforma della giustizia che dovrà affrontare un referendum, ce n’è un’altra che sabato facilmente diventerà legge con un voto del Senato. Si tratta del ridisegno delle funzioni e dell’organizzazione della Corte dei conti, organo che ultimamente ha dato un paio di dispiaceri grossi al governo sul progetto per il ponte sullo Stretto di Messina, bollato come illegittimo per una lunga serie di motivi, dalla violazione delle direttive europee all’incertezza sui costi, dai problemi sui contratti alla mancanza del parere dell’Autorità di regolazione dei trasporti.

Questioni che in futuro potrebbero non porsi. Con la riforma, la Corte dei conti avrà trenta giorni per effettuare i suoi controlli preventivi di legittimità. Scaduto questo termine, s’intenderà valido il principio del silenzio assenso. E ancora: via i procuratori generali regionali per concentrare tutto il lavoro nelle mani di un solo presidente di sezione per regione, che dovrà deciderà in completa autonomia quali atti controllare e quali consegnare invece al silenzio assenso. Il potere di controllo si appiattisce così su quello di giurisdizione, in un percorso del tutto opposto rispetto a quello della separazione delle carriere dei magistrati ordinari. Non basta: il tetto ai risarcimenti viene fissato al 30% del danno, con responsabilità limitata degli amministratori e dei funzionari pubblici. Un buffetto o poco più. È così che, nella moltiplicazione degli articoli del codice penale che questo governo porta avanti sin dal suo insediamento, continua pure l’alleggerimento delle possibili contestazioni ai colletti bianchi. La Corte dei conti, infatti, per lo più si occupa di materie da manager: appalti, fondi europei, il Pnrr, le grandi opere. Lavorare su questi temi diventerà sempre più difficile. Forse si guadagnerà qualcosa in termini temporali, ma di sicuro, a voler essere gentili, si perderà molto per quanto riguarda la trasparenza.

Secondo l’Associazione dei magistrati della Corte dei conti, siamo davanti a “una riforma frettolosa e priva di una visione sistemica, che rischia di ridimensionare in modo significativo il ruolo della magistratura contabile e di alterare gli equilibri costituzionali posti a tutela della legalità, della finanza pubblica e del corretto utilizzo delle risorse pubbliche, incluse quelle del Pnrr”. È così che, “di fatto, il controllo perde la sua funzione costituzionale di verifica della legittimità dell’azione amministrativa e si trasforma in uno strumento per scudare i responsabili dello spreco di denaro pubblico, a detrimento dei cittadini e della capacità, a livello statale e locale, di garantire i servizi essenziali cui questi hanno diritto”. Per il presidente dell’Amcc Donato Centrone, “questa riforma non rafforza l’efficienza della pubblica amministrazione, ma rischia di indebolire i presidi di legalità”. Dalla richiesta - probabilmente vana - al parlamento di concedere “un ulteriore spazio di riflessione serio e approfondito, nel rispetto del ruolo costituzionale della magistratura contabile e dell’interesse generale”.

L’auspicio, dunque, è di un “ripensamento last minute” (parole sempre di Centrone) da parte della maggioranza, anche se i margini di manovra appaiono strettissimi, perché il 31 dicembre scade lo scudo erariale che limita le responsabilità amministrative per i possibili danni nella spesa del Pnrr e il governo vorrebbe in tutti i modi evitare di lasciare la questione in sospeso: da qui la necessità di chiudere la partita sabato.

poi c’è un’intenzione politica chiara tanto quanto lo è quella che sta dietro la riforma costituzionale sulle carriere dei magistrati e sul Csm. Così il leader dei Verdi Angelo Bonelli: “È una vendetta della maggioranza contro la Corte dei conti, colpevole di aver dichiarato illegittima la procedura sul Ponte sullo Stretto. Altro che semplificazione: il governo Meloni smantella il principale presidio di legalità dello Stato per garantirsi impunità”.