di Liana Milella
La Repubblica, 27 aprile 2022
Intervista all’ex procuratore di Torino Armando Spataro: “Inaccettabile che per Italia Viva abbia trattato il giudice Ferri. No al fascicolo per valutare i magistrati”. No allo sciopero. La legge Cartabia “non è” quella di Berlusconi. “Inaccettabile” Ferri che tratta proprio sul Csm. No al fascicolo per valutare una toga. Ma la riforma non è “devastante”. Parola dell’ex procuratore di Torino, Armando Spataro.
Partiamo dallo sciopero, perché è soprattutto di questo, adesso, che si parla nella magistratura. Se è opportuno farlo contro la riforma Cartabia oppure no. È la reazione giusta oppure l’Anm rischia di rompersi l’osso del collo?
“Una premessa è d’obbligo: non sono più in magistratura da più di tre anni e corro il rischio di aver perso la conoscenza piena dei problemi degli uffici giudiziari. Ciononostante, in accordo con molti colleghi che stimo, non condivido l’idea di uno sciopero: la riforma Cartabia non ha nulla a che fare con quelle contro cui abbiamo in passato duramente protestato. Serve un confronto forte, ma ragionato, anche perché molte disposizioni, quelle che contengono i principi di delega per i decreti attuativi, possono essere ancora oggetto di intervento del governo. Ma per favore non parliamo di rischi di rompersi il collo!”.
La magistratura non è unita sullo sciopero, molte toghe sono preoccupate che gli italiani non lo comprendano, soprattutto in un momento di grave crisi economica e di rincari a ridosso della guerra in Ucraina...
“È giusto preoccuparsi della reazione dei cittadini, ma penso che sia soprattutto utile battersi per un’interlocuzione leale e corretta tra i tre separati poteri su cui si regge ogni democrazia, pur se non possiamo trascurare che alcune criticabili scelte appaiono frutto di una vera e propria volontà punitiva nei confronti della magistratura da parte di alcune forze politiche”.
Lei ha girato l’Italia più volte contro leggi sbagliate come la riforma costituzionale di Renzi, questa volta lo farebbe contro questa legge?
“L’ho fatto e lo rifarei contro altre pessime riforme di quel tipo. E lo sto facendo, ad esempio, a sostegno del no ai quesiti referendari proposti da Lega e radicali. Ma questa riforma non mi suggerisce la necessità di impegni “contro”, ma di impegni “per far capire” quanto inutili e dannose siano certe norme ipotizzate”.
Subito dopo l’esplosione del caso Palamara - quindi stiamo parlando del maggio 2019 - Mattarella ha subito chiesto la riforma, e l’ha poi sollecitata più volte. Ma la legge arriva adesso, a ben tre anni di distanza. Il compromesso raggiunto da Cartabia, con una maggioranza che certo non la pensa allo stesso modo sulla giustizia, è accettabile?
“Parliamoci chiaro: la storia politica e giudiziaria di questi ultimi decenni consente di affermare che in occasione dell’insediamento di ogni nuovo governo, indipendentemente dalla composizione della maggioranza di turno, la riforma della giustizia costituisce uno dei punti centrali del programma che si intende attuare. Lo è anche per il governo Draghi. Inevitabilmente, dunque, i compromessi tra opposti schieramenti politici, specie in caso di maggioranze fluttuanti, fanno parte del gioco. Ma non tutto si può accettare e credo che, per i partiti, la coerenza rispetto ai principi dichiarati sia la virtù primaria, anche a costo di perdere pezzi di consenso popolare e populista”.
Ma soprattutto questa riforma è la risposta giusta al caso Palamara?
“Credo che non risolva tutti i problemi emersi con quel caso che ha duramente intaccato la credibilità della magistratura. Ma, al di là delle responsabilità e del coinvolgimento di alcuni magistrati, ciò è avvenuto anche per effetto di modalità d’informazione spesso strumentali e gridate (e non mi riferisco solo ai talk show) che disegnano la magistratura tutta come un’associazione criminale, il Csm come la sua Cupola e i soli Pubblici Ministeri quali “grandi vecchi” e “demoni” che tutto comandano”.
E come giudica la presenza assidua di Cosimo Maria Ferri, protagonista altresì del caso Palamara, alla trattativa sulla giustizia? Lui è stato la “voce” di Renzi...
“La giudico inaccettabile sul piano politico e dei possibili risultati. Ma aggiungo che sono anche stupito dal fatto che, mentre i magistrati coinvolti nella nota vicenda dell’Hotel Champagne, sono stati - al di là dei procedimenti penali ancora in corso - sottoposti a procedure disciplinari ed alcuni già sanzionati, ciò non è avvenuto per i politici pure presenti a certi incontri. Eppure anche i partiti conoscono codici etici e disciplinari interni”.
Tra il 1998 e il 2002 lei è stato componente del Csm. Quindi può valutare la legge “dall’interno”. Che cosa c’è di giusto, oppure di sbagliato, in questa riforma?
“Impossibile, per ragioni di spazio, una risposta completa e motivata. Posso dire che trovo del tutto inaccettabili alcuni punti: la possibilità di un solo trasferimento, nel corso della carriera di un magistrato, dalla funzione requirente a quella giudicante e viceversa, nonché un sistema di valutazione della professionalità dei magistrati assurdo, burocratico e impossibile da realizzare. Ancora, il perdurante riferimento alle competenze del Parlamento per la definizione dei criteri generali di priorità nella trattazione dei reati e infine la penalizzazione dei magistrati posti fuori ruolo per incarichi tecnici e non perché candidati a ruoli politici, eletti o non eletti. Sono senz’altro favorevole rispetto ad altre scelte, tra cui il coinvolgimento degli avvocati nelle valutazioni di professionalità. Mi dichiaro indifferente rispetto al sistema elettorale per il Csm”.
C’è una corrente - la sinistra di Area - che definisce la riforma “devastante e punitiva”. Lei sottoscriverebbe questi aggettivi? Oppure è un’esagerazione?
“Esagerata e generalizzante, spero non frutto della fase elettorale per il Csm in avvicinamento. Bisogna distinguere e selezionare norme criticabili e non, distinguendo - sulla scorta delle parole di Calvino - ciò che è inferno e ciò che non lo è”.
In molte reazioni ricorre il paragone con le leggi di Berlusconi sulla giustizia. Certo Cartabia non è il Cavaliere e il governo Draghi non è l’Esecutivo dell’allora capo del Partito delle libertà. Tuttavia, è un paragone che storicamente può reggere?
“Assolutamente no, e non vale la pena di motivare la risposta”.
Nel merito, la legge elettorale maggioritaria binominale con uno spruzzo di proporzionale eviterà alle correnti di polarizzare il voto sui favoriti?
“Ho detto prima che sono abbastanza indifferente rispetto a una possibile simile disciplina. È positivo essere stati capaci di pensare un sistema a due facce, con spazio al proporzionale. Ma è un sistema davvero complicato. Inoltre, le leggi elettorali per il Csm continuano a succedersi sempre motivate dal fine di disarticolare il potere delle correnti. Ma nessuna legge potrà riuscirvi. Quella attuale, ad esempio, non prevede liste di candidati, ma solo candidature individuali, eppure ha determinato il peggior accordo correntizio immaginabile: solo quattro candidati pm, uno per ogni corrente, per i quattro posti da assegnare. Sarebbe bastato un solo voto per essere eletti. È evidente, insomma, che ciascun magistrato che voglia votare con coscienza sosterrà il candidato nelle cui idee si riconosce oltre che in quelle del gruppo che lo sostiene. È la bellezza della democrazia. Ecco perché sono sempre stato favorevole a un sistema proporzionale a liste contrapposte e collegio unico nazionale. Poi toccherà ai magistrati elettori e a correnti e candidati saper esercitare i loro diritti con dignità, senza pensare a vantaggi personali.
Sarebbe stato meglio il sorteggio temperato che voleva la Lega e che 2 mila magistrati hanno pur indicato nel referendum promosso dall’Anm?
“Sarebbe stata solo una vergogna incostituzionale, da chiunque sostenuta. La ministra Cartabia e alcune forze politiche, infatti, non hanno accettato dialogo sul punto. Bravi!”.
Ha fatto molto discutere il cosiddetto fascicolo delle performance di ogni magistrato. Costa di Azione lo considera un’innovazione rivoluzionaria, e ogni giorno twitta vantandosi di averlo sostenuto, ma in via Arenula, e anche alcune toghe, sostengono che esisteva già. Il presidente dell’Anm Santalucia parla di “schedatura”...
“Con tutto il rispetto, forse l’onorevole Costa, e chi ne condivide l’iniziativa, non conoscono a fondo le dinamiche processuali e l’organizzazione giudiziaria. Il dissenso e la pluralità di opinioni possibili sono la regola nel nostro sistema processuale, che non a caso prevede tre gradi di giudizio. Prevedere per la valutazione di professionalità l’inserimento ordinario nel fascicolo del pm di decisioni dissenzienti dalle sue richieste non ha senso. Lo stesso si dovrebbe fare per quelle che eventualmente accolgono l’appello. Idem per giudici di primo grado smentiti da quelli di appello e per questi ultimi da quelli della Cassazione? E chi giudica questi ultimi per le loro decisioni? E comunque si ignora che un sistema di questo tipo sarebbe assolutamente ingestibile anche se informaticamente supportato. E rallenterebbe progressioni in carriera e nomine di dirigenti, moltiplicando le impugnazioni dinanzi a Tar e Consiglio di Stato. Niente efficienza e maggior rapidità del sistema, dunque”.
È giusto valutare un magistrato anche per le decisioni che ha preso? Un pm che arresta molto, ma poi viene smentito dai giudici, non merita di essere promosso?
“Può egualmente meritarlo, al di là delle statistiche che vengono spesso diffuse senza approfondimenti e citazione delle fonti. E poi non è il pm che arresta, ma semmai il giudice che lo ordina su sua richiesta. Anche al Csm, peraltro, è precluso l’esame degli orientamenti giurisprudenziali dei magistrati, frutto della loro indipendenza. Solo chi redige il parere, come il dirigente di un ufficio, conoscendo lavoro e professionalità dei singoli magistrati, può esprimere un motivato giudizio contrario, ma solo in presenza di palesi errori giudiziari (ad esempio, la richiesta di un provvedimento restrittivo per un reato che non lo consente) e gravi difformità da orientamenti giurisprudenziali consolidati”.
Questo fascicolo, anziché bloccare il carrierismo, non rischia di alimentarlo, danneggiando le decisioni giudiziarie? Per intenderci, una toga potrebbe non fare un arresto o potrebbe assolvere un imputato pensando più alla carriera che al merito del caso che ha davanti...
“Se qualche magistrato si orientasse in tal modo non meriterebbe rispetto, almeno il mio. Tuttavia è vero che esisterebbero un grave rischio di burocratizzazione del lavoro giudiziario e la tendenza alla sottoposizione a una struttura gerarchica degli uffici, contro cui si batte da decenni gran parte della magistratura. Neppure il Procuratore è il capo che tutto decide e dispone”.
Il voto concesso agli avvocati nei consigli giudiziari (anche se espresso dal consiglio dell’ordine e quindi non individuale) accentua il rischio di intimidire la toga? Gli avvocati rappresentano pur sempre gli imputati...
“Condivido assolutamente il coinvolgimento degli avvocati nelle valutazioni di professionalità dei Consigli giudiziari. Non sono comprensibili in proposito le resistenze di settori della magistratura, motivate dal rischio di conflitti personali tra avvocati e pubblici ministeri e/o giudici con i quali si siano confrontati in sede processuale. In realtà, a parte l’inaccettabile sfiducia nella correttezza della classe forense che è alla base di simili resistenze, si dimentica che è prevista per la componente degli avvocati la facoltà di esprimere solo un voto unitario e solo se il Consiglio dell’ordine degli avvocati abbia effettuato le segnalazioni previste dalla legge. In un quadro di reciproca collaborazione, sarebbe stata opportuna, però, la previsione di pareri e interlocuzioni della componente togata del Consiglio giudiziario per decisioni di tipo organizzativo di competenza del Consiglio forense”.
La separazione delle funzioni, un solo passaggio da pm a giudice e viceversa, nei primi dieci anni di carriera. È già una separazione delle funzioni? Ma soprattutto, è davvero necessario oppure serve solo in chiave anti referendum radical-leghista?
“Il limite di un solo passaggio finirebbe con l’introdurre una sostanziale separazione delle carriere, peraltro inutile e irrilevante: esaminando i dati ufficiali relativi al triennio giugno 2016 - giugno 2019, si verificherebbe che in quel periodo sono intervenuti solo 80 trasferimenti da pm a giudici (media annua di 26,66 unità su 2.770 pm in servizio) e 41 da giudici a pm (con media annua di 13,66 unità su 6.754 giudici in servizio). Tendenza immutata nel triennio successivo ancora non concluso”.
E le conseguenze per i referendum sulla separazione delle funzioni?
“Forse l’approvazione della norma potrebbe ragionevolmente impedire questo referendum abrogativo, peraltro dal testo difficilmente comprensibile, ma il punto è un altro: la separazione delle carriere, culturalmente e giuridicamente inaccettabile, è anche contraria alle deliberazioni sovranazionali europee che guardano al modello italiano come quello cui gli ordinamenti europei dovrebbero conformarsi per assicurare maggiori garanzie ai cittadini. Infatti, già con una Raccomandazione del 2000 sul “Ruolo del Pubblico Ministero nell’ordinamento penale”, mai superata da quelle successive, il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa affermò che: “...se l’ordinamento giuridico lo consente, gli Stati devono prendere provvedimenti concreti al fine di consentire a una stessa persona di svolgere successivamente le funzioni di pubblico ministero e quelle di giudice, o viceversa” e che “...la possibilità di ‘passerelle’ tra le funzioni di giudice e quelle di pubblico ministero si basa sulla constatazione della complementarità dei mandati degli uni e degli altri, ma anche sulla similitudine della garanzie che devono essere offerte in termini di qualifica, di competenza, di statuto”. E Francesco Saverio Borrelli, nel 2003, a proposito del sospetto artificioso di “gratuita proclività” del giudice a simpatizzare con le tesi dell’accusatore, parlò di “diffidenze plebee che scorgono ovunque collusioni”“.
Le cosiddette “porte girevoli”. Non torna più in carriera chi si candida con un partito. Siamo sul filo della costituzionalità?
“È una soluzione rigorosa, ma accettabile, quella per cui chi ha svolto incarichi elettivi non perde il posto di lavoro, come prevede l’articolo 51 della Costituzione prevede, ma viene destinato a compiti fuori ruolo, o comunque allo svolgimento di attività non direttamente giurisdizionali, né giudicanti o requirenti. Va evitato in tal modo un danno di immagine - quanto a indipendenza e imparzialità - per l’intera categoria. Perciò, al di là del numero esiguo di magistrati eletti a cariche politiche, è accettabile una disciplina rigorosa. Non credo che queste nuove disposizioni siano idonee a ledere le prerogative della magistratura e il diritto di elettorato passivo dei magistrati. Non è però un problema soltanto per i magistrati: è normale, ad esempio, che per prefetti e questori non vi siano limiti per il ritorno a svolgere i loro compiti dopo avere esercitato un mandato politico?”.
La stretta sui magistrati fuori ruolo. D’ora in avanti chi vorrà più andare in via Arenula? O anche a palazzo Chigi?
“Non condivido la previsione di un periodo di “decantazione” per i magistrati che abbiano svolto incarichi tecnici fuori ruolo di questo tipo, cioè non elettivi. Per questi incarichi non riesco a individuare rischi di lesione della credibilità della magistratura, tanto più che - pur nel caso di quelli fiduciari - si tratta di incarichi per i quali le istituzioni utilizzano competenza e professionalità dei magistrati. Si potrebbe, tutt’al più, prevedere una delibera del Csm, che così potrebbe valutare anche le modalità con cui l’incarico è stato assolto, in base alla quale autorizzare o meno la possibilità di rientro immediato in ruolo”.
Presunzione d’innocenza, giusto un illecito disciplinare?
“In tema di pubbliche dichiarazioni e rapporti con l’informazione, ho una rigida concezione dei doveri di riserbo dei magistrati e ho sostanzialmente condiviso quasi tutto il contenuto del cosiddetto provvedimento sulla presunzione di innocenza. Credo anche al dovere del magistrato di rapportarsi correttamente con gli avvocati, protagonisti paritari della giustizia, rendendo loro noto ogni passo delle indagini. Condivido dunque la possibilità di sanzioni nei confronti di chi violi tali doveri”.










