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di Roberto Saviano


L'Espresso, 15 marzo 2020

 

Così sono visti in questi giorni i cittadini che stanno in carcere. Un pianeta disumano che vogliamo rimuovere dalla coscienza. Soprattutto adesso. Prima di iniziare a scrivere pensavo: c'è qualcosa che vorrei dire ora e che non ho mai detto prima? Qualcosa che, in queste ore buie, sento l'urgenza di comunicare?

Forse l'idea era quella di raccontare come sto vivendo io questo momento, ma penso che sia il modo in cui lo sta vivendo chiunque altro: sperando. Sperando che passi presto, sperando di uscirne bene, soprattutto psicologicamente. Lavorando nei limiti del consentito, studiando, leggendo e provando a tranquillizzare, pur raccomandando estrema prudenza, chi è terrorizzato dalle notizie che arrivano.

Poi però ho pensato che forse avrei potuto dire qualche parola per conto di chi non viene ascoltato e che, dopo quello che sta accadendo in questi giorni farà ancora più fatica a trovare braccia tese nei ranghi della società civile. Il carcere è un argomento di cui si preferisce non sentir parlare, anche oggi che non possiamo farne a meno. Mentre scrivo, sappiamo che sette detenuti sono morti nel carcere di Modena e tre nel carcere di Rieti come conseguenza delle proteste che hanno seguito le misure adottate dalle strutture carcerarie per contenere il rischio di contagio da Covid-19 nei penitenziari.

Quello che sta accadendo nelle carceri oggi, mentre il Paese vive settimane d'angoscia, è l'epilogo di anni e anni in cui politica e società civile hanno colpevolmente creduto di poter considerare estraneo alla comunità chi sconta una pena. Non è così e oggi le proteste nelle carceri ci dicono che chi sta dentro ha rapporti costanti con chi sta fuori e che chi sta dentro, come chi sta fuori, ha paura. Ha paura non solo del contagio, ma anche che non ci siano i mezzi per far fronte alla diffusione del virus.

Ha paura che loro siano i sacrificabili, che siano le ultime persone di cui ci si debba preoccupare. E allora mi sono messo nei panni di chi in carcere, sbagliando, ha ceduto alla violenza; di chi in carcere ha creduto di non avere altra scelta che quella. E spero che queste persone, aiutate dalle famiglie, capiscano che la violenza è l'unica arma che non dovrebbero mai utilizzare.

Marco Pannella ha indicato la strada, quella del satyagraha, dello sciopero della fame, dello sciopero della sete, della resistenza nonviolenta perché aveva compreso che chi è recluso, che chi sta scontando una pena, l'unico modo che ha per far sentire le proprie ragioni è dire le cose meglio di come le diremmo noi.

Chi conosce il carcere sa bene che tutto il sistema si regge su un equilibrio precario, che fa conto sul buonsenso delle persone coinvolte, i detenuti e le loro famiglie, e sul lavoro estenuante, duro e pesantissimo di centinaia di agenti penitenzieri ed educatori. E soprattutto, chi conosce il carcere sa bene che quando un evento eccezionale modifica gli equilibri del mondo fuori, non è possibile pensare che dentro non accada nulla.

Questo ha significato la sospensione, seppur temporanea, delle visite: un evento eccezionale. Tutti noi siamo sottoposti a una pressione immensa per la quantità e drammaticità delle notizie che riceviamo; ormai non c'è più nessuno che minimizzi l'emergenza, come invece accedeva nelle prime settimane del contagio.

Oggi, anzi, per quanto possibile e umano, bisogna provare a schermarsi da chi fa circolare su chat e social media informazioni destituite di ogni fondamento e che inducono intere città a riversarsi nei supermercati per paura che possano presto venire a mancare i beni di prima necessità. Proviamo a fare uno sforzo e a immaginare cosa accade quando queste informazioni raggiungono chi è detenuto, chi non ha la libertà che abbiamo noi di cercare la fonte di una notizia, chi riceve un flusso di informazioni a senso unico.

Chi si preoccupa per sé stesso e per i propri familiari e sa di non poter fare nulla. Le carceri sono sovraffollate, gli istituti penitenziari ospitano moltissimi detenuti in carcerazione preventiva, così come esistono delle misure alternative al carcere che per assecondare governi che si legittimano con la paura sono state disattese e accantonate per troppo tempo.

Ancora poche settimane fa sentivo parlare di inasprimento delle pene per chi sia recidivo allo spaccio di modiche quantità di sostanze stupefacenti, come se le carceri non stessero già esplodendo così. Ci sono misure urgenti come la detenzione domiciliare e l'affidamento in prova ai servizi sociali che sono l'unica soluzione per decongestionare il sistema penitenziario. So che siamo in emergenza, ma chi è privato della libertà proprio a causa dell'emergenza non può più aspettare.