di Marinella Correggia
Il Manifesto, 3 luglio 2025
30 anni fa, 3 luglio del 1995, il leader di grandi battaglie pacifiste e per la conversione ecologica del pianeta, deputato europeo dei Verdi, disse addio alla vita. Scriveva il giornalista malgascio Sennen Adriamirado nella biografia Il s’appelait Sankara, dedicata alla vita del presidente del Burkina Faso ucciso nel 1987 in un colpo di Stato e suo amico: “Lo pregavo di proteggersi, perché un eroe morto non serve a nulla. Ma mi sbagliavo, forse: un eroe morto serve da riferimento”.
In circostanze del tutto diverse, ci si può chiedere se l’osservazione valga allo stesso modo per Alexander Langer che il 3 luglio 1995 decise di dire addio alla vita, a 49 anni, arrendendosi di fronte ai troppi pesi e alle sconfitte. Rimaneva così a metà del guado il percorso di questo promotore della conversione ecologica, attivista per la pace, costruttore di ponti, animatore delle primissime assemblee nazionali che diedero l’avvio alle Liste verdi e poi eurodeputato dei Verdi (eletto nel 1989 e rieletto nel 1994), giornalista, insegnante.
Dalla cruciale conferenza ONU su ambiente e sviluppo (Rio 1992) aveva preso l’avvio anche la Convenzione Onu sui cambiamenti climatici, ma questi ultimi erano ancora lontani dall’attenzione politica e popolare. E andava avanti da quattro anni la guerra dei Balcani, contro la quale Langer era diventato un simbolo europeo per il dialogo inter-etnico, mettendo alla prova quanto aveva imparato nel suo Sud Tirolo da giovanissimo: “Nella situazione sudtirolese è possibile cogliere una quantità di insegnamenti ed esperienze generalizzabili ben oltre il piccolo caso provinciale”, scriveva.
Attinge a queste origini la sua azione infaticabile per la cultura e la pratica multietnica, indispensabili per la risoluzione del conflitto nell’ex Jugoslavia. Numerose missioni, incessanti esortazioni al dialogo, tentativi di costruire le condizioni per il ripristino della pace. Langer elogia e condivide il “pacifismo concreto”, non gridato, portato avanti nei Balcani da tanti gruppi in Italia. Pacifismo complicato, certo, “perché la vita è complicata e la pace non si ottiene per vie semplicistiche, né con il sostegno unilaterale alle parti ritenute buone e vittime, e neanche con l’idea che un massiccio intervento armato esterno possa essere risolutivo”.
Elabora un decalogo per la convivenza inter-etnica: fra i capisaldi, il rispetto delle identità, la conoscenza, le appartenenze plurime, la messa al bando della violenza, i gruppi misti come pionieri. Insieme all’importanza degli obiettori sui vari fronti. Insiste che la pace e la vita insieme possono tornare, a condizione che si affermino voci non nazionaliste. “L’Europa ha fatto malissimo a favorire la disintegrazione della vecchia Jugoslavia”, incoraggiando la “formazione di Stati etnici” e un’ipotesi di cantonalizzazione della Bosnia Herzegovina. Per non parlare del “traffico delle armi, dell’embargo violato e del gravissimo errore politico di riconoscere nei signori della guerra le voci legittimate a parlare a nome dei loro popoli”. A tutti i paesi successori della ex Jugoslavia bisogna “aprire le porte dell’Europa, a condizione che scelgano la convivenza al posto dell’esclusivismo etnico”. Del resto, auspicava un Europarlamento come un forum permanente per costruire un’Europa “ecologica, pacifica, solidale, libertaria e fraterna”; fare del Vecchio continente un continente nuovo e aperto, senza barriere e nazionalismi. Sulle situazioni che all’epoca gli apparivano di pre-guerra, come il Kosovo, insisteva: “Nulla dovrebbe essere considerato troppo complicato o troppo costoso per non essere tentato, visto che in ogni caso un conflitto armato comporterebbe costi umani, politici, economici e materiali assai più alti”.
Fine maggio 1995: di fronte al prolungato assedio a Sarajevo e all’indomani di una strage a Tuzla, il pacifista nonviolento Alex Langer chiede, suscitando sorpresa e critiche, un intervento deciso delle Nazioni unite: “Bisogna che l’Onu invii un cospicuo contingente supplementare (chiedendo, se del caso, l’aiuto della Nato e della Ueo) e assegni un nuovo e chiaro mandato ai caschi blu. Quello di ristabilire - con l’uso dei mezzi necessari - quel minimo di rispetto dell’ordine internazionale che consenta di cercare una soluzione politica”. A giugno con altri deputati consegna ai vertici europei l’appello “L’Europa muore o rinasce a Sarajevo”. Pochi giorni dopo si suicida.
“Contro la guerra, cambia la vita” esortava Langer in uno scritto del 1991 (dopo l’impegno per prevenire i bombardamenti sull’Iraq). Dinanzi al fallimento della politica e dei negoziati, che sfocia nel conflitto a valle, sulle teste dei popoli, bisogna negare ogni consenso e sostegno alla violenza: “Se tutto uno stile di vita nel quale siamo largamente coinvolti, per potersi perpetuare ha bisogno di condizioni assai ingiuste che regolano le relazioni tra i popoli e con la natura, e contengono dunque spinte immanenti alla guerra, bisognerà allora intervenire a monte e mettere in questione la nostra partecipazione (anche individuale) a un ordine economico, politico, sociale, ecologico e culturale che rende necessarie le guerre che lo sostengono”. Un ordine ingiusto ed ecologicamente insostenibile, al quale il politico oppone innumerevoli progetti, all’insegna delle “utopie concrete”.
Come l’alleanza per il clima fra le città europee e i popoli indigeni, un programma apripista e concreti caro ad Alex Langer. Contro l’urgenza dei cambiamenti climatici, un circolo vizioso nel quale “aumentano i fattori di malattia del pianeta, gas serra e inquinamento atmosferico, e diminuiscono i fattori di salute, le foreste pluviali”, quest’alleanza operativa mette insieme la conversione ecologica nel Nord del mondo e il sostegno alla protezione delle foreste pluviali del Sud, verso il quale esiste una storica responsabilità anche ecologica, un grande debito. E Langer fu, con Jutta Steigerwald e altri, il principale promotore della “Campagna Nord-Sud: biosfera, sopravvivenza dei popoli, debito”, avviata nel 1988.
La campagna nord-sud ha svolto un ruolo pioniere nel mettere insieme movimenti e associazioni che partivano da mondi diversi (ambiente, Ong, solidarietà, sindacato), mondi in precedenza quasi non comunicanti. Porta nelle istanze internazionali il concetto che “il vero debito da pagare è quello ecologico, non quello finanziario; sotto questo profilo il Sud è nostro creditore”. La campagna ha un ruolo di rilievo alla Conferenza di Rio de Janeiro del 1992, denunciando l’impatto politico, economico ed ecologico del meccanismo perverso del debito estero, in termini di impoverimento dei popoli e devastazione della biosfera. L’ecologia dunque non è certo un lusso dei ricchi, è una necessità dei poveri.
Lentius, Profundius, Suavius (più lento, più profondo, più dolce), è forse il più pregnante dei messaggi di Langer. In contrapposizione all’antico motto olimpico citius, altius, fortius (più veloce, più alto, più forte), diventato la quintessenza della nostra civiltà e della competizione, egli sottolinea la necessità di radicare questa concezione alternativa e di far diventare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile. Va cercata in questa prospettiva una nuova idea di benessere: altrimenti “nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere osteggiato, eluso o semplicemente disatteso”.
La Fondazione Alexander Langer ha un prezioso archivio online di scritti e interventi a opera di questo “viaggiatore leggero” al quale sono intitolati un premio internazionale, l’Ecoistituto del Veneto, parchi fluviali, vie, giardini, alberi. “Provate sempre a riparare il mondo”, ripeteva; avendo ben chiaro il senso del limite.











