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di Carla Forcolin

Ristretti Orizzonti, 17 agosto 2023

Agosto, tempo di vacanze, in carcere tempo di suicidi. La già precaria situazione dei detenuti/e si aggrava, perché, mentre aumentano le detenzioni, causate dai furti negli appartamenti vuoti, diminuiscono gli operatori di giustizia a tutti i livelli, essendo gli stessi (giustamente) in vacanza. Per tutta l’estate l’incertezza dei detenuti circa la loro situazione personale, le lunghissime attese per sapere se si potrà avere una visita, un permesso, una telefonata, un briciolo d’attenzione, aumentano e l’incertezza logora. Non a caso il maggior numero di suicidi avviene nelle Case Circondariali, dove raramente c’è qualcosa di definitivo da poter accettare.

In questo contesto, che di per sé andrebbe approfondito, ma non ne è questa la sede, collochiamo i due suicidi delle detenute Susan Jhon e Azzurra Camper, che voglio chiamare per nome, perché, ne sono certa, si sono suicidate anche perché di loro si parlasse. È incredibile che una donna sia morta di fame e di sete senza che nessuno avvertisse la direttrice dell’istituto di pena della sua situazione. Non credo che questa invisibilità di alcune detenute sia dovuta al sovraffollamento. Se in carcere finisce una ragazzo/a di buona famiglia, ci si preoccupa che sia assistito/a, che possa studiare, che i suoi diritti siano rispettati. Non è la stessa cosa per donne e uomini provenienti da famiglia povere o straniere, protette da avvocati d’ufficio che a mala pena le/li conoscono, che non si sanno esprimere.

Eppure perfino gli/le ultimi/e tra gli ultimi hanno dei genitori e talora dei figli, sono delle persone e, come tali, vanno considerate. Dovrebbe essere ovvio, ma non è così. La questione è culturale e non si tratta solo di sovraffollamento. Se partiamo dall’idea che i detenuti maschi e le detenute femmine sono delle persone, e non una sottospecie di esseri umani, cioè “i delinquenti”, allora capiamo immediatamente che essi hanno bisogno delle stesse cose di cui abbiamo bisogno noi tutti: affetti e lavoro o studio.

La considerazione della realtà di ciascuno di loro è alla base di qualsiasi forma di educazione o rieducazione. Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che “ci veda” e a volte chi è in detenzione è “salvato” da un agente umano, da un volontario disponibile, da un’amicizia nata in cella, da un corso di teatro, dalla visita di una persona cara. Ovvio? No, se si dà più spazio in molti giornali alla visita del Ministro e alle sue esternazioni “a caldo” anziché alla narrazione delle vite di Susan Jhon e di Azzurra Camper, vite non inusuali tra le mura del carcere e che dovrebbero far pensare tutti noi all’integrazione di chi nasce svantaggiato, anziché ai luoghi dove gli svantaggiati potranno essere contenuti.

Prevenire e curare quindi e in merito non posso che ricordare che le detenute hanno dei figli, che talora possono crescere in carcere o in Icam (istituto a custodia attenuate per madri) fino a sei anni e per i quali non è stato ancora deciso per legge che debbano frequentare l’asilo nido e la scuola materna. Come passeranno Ferragosto questi bambini? Oltre a pensare a diminuire il sovraffollamento delle carceri, utilizzando le caserme, si pensi per favore anche a questo genere di cose, che si risolvono con minor spesa e migliori risultati.