di Giuseppe Gargani
Il Dubbio, 13 luglio 2023
Il presidente del Consiglio dei ministri ha “scoperto” finalmente che la magistratura vuole contestare e contrastare la maggioranza di governo e quindi fa tenerezza a chi si occupa da anni di questi problemi ma al tempo stesso fa rabbia. Questa complessa problematica che è alla base di riforme concrete che dovrebbero essere fatte per la giustizia non vengono minimamente comprese e affrontate da una classe dirigente priva di strategie, di una corretta visione del rapporto istituzionale tra i poteri dello Stato.
La verità è che la magistratura sin dal 1970 ha teorizzato e programmato la sua funzione di contrasto in vari articoli e in prese di posizione contro il “consociativismo” di quel periodo tra la Dc e il Pci che faceva venir meno l’opposizione politica e “costringeva” la magistratura ad assumere quel ruolo. La magistratura ha seguito quella indicazione e quelle direttive e oggi mancando totalmente l’opposizione in Parlamento la magistratura ritiene di dovere sul piano sociale e politico avere una funzione di supplenza e ingaggiare una lotta sui problemi politici, sociali e culturali.
Nell’ultimo numero della rivista Questione giustizia, organo ufficiale della corrente di Magistratura democratica, il direttore scrive: “In moltissimi casi della vita sociale ed economica è il giudiziario ad intervenire in esclusiva, o almeno in prima battuta, nella ricerca di soluzioni di problemi inediti talora incancreniti dalla paralisi e dall’inerzia della politica…. e quindi c’è bisogno di una magistratura che assolva un incisivo ruolo di garanzia dei diritti individuali e della dignità delle persone…”.
Si conferma una funzione di “potere” e si concretizza la prevalenza del giudiziario sul legislativo e sulla politica. La rabbia, invece, è che dopo aver sollecitato per un lungo periodo questa funzione anomala della magistratura da parte delle opposizioni, prima dal Pci, poi da Cinque stelle e dalla stessa Meloni, la quale dice o fa dire che non ha alcuna intenzione di fare la fine di Berlusconi: (era quindi consapevole della strumentalità e della pretestuosità di tante indagini di quel periodo!), ora tutti, toccati sul vivo, reagiscono e reagiscono male. Non ci si rende conto che il contrasto tra la politica, il complesso delle istituzioni e la magistratura non è una bega né un complotto ma un problema serio delicatissimo che hanno tutte le democrazie moderne caratterizzate da una giurisprudenza che prevale sulla legge.
Riconosco che la Dc negli anni 80/ 90 non capì il problema che in quel periodo era appena accennato, Berlusconi preferì alimentare lo stillicidio giudiziario a cui è stato sottoposto rispondendo con invettive a volte inopportune e l’attuale maggioranza, non ponendosi nessun problema sistematico o istituzionale, contesta le regole, le funzioni, le procedure della magistratura peggiorando la situazione. Naturalmente la magistratura approfitta per dire che la si vuole delegittimare, ma essa vive di questo contrasto e accresce il suo potere e nessuno si rende conto che la delegittimazione è reciproca.
Lo scontro tra politica e magistratura comincia dall’antica Roma, ma oggi è patologico perché la crisi della politica è grave e ha consentito una supplenza piena dei magistrati. Il Parlamento nel 1992 ha rinunciato alla sua immunità che era per la difesa delle sue prerogative, e dunque perché meravigliarsi? La magistratura si oppone da sempre a qualunque riforma perché difende il suo “potere” che si è sostituito all’”ordine autonomo” che la Costituzione gli aveva assegnato e riforme, come la Cartabia e quelle solo annunziate da Nordio non risolvono il problema di fondo del ruolo della magistratura, del rapporto della sacrosanta indipendenza del giudice con una necessaria responsabilità, del suo ruolo, della funzione del Csm che la magistratura interpreta impropriamente come “organo di autogoverno” per privilegiare una totale autonomia che è “separatezza” senza coordinamento istituzionale.
Le vere riforme sono queste e non si fanno per reazione: a seguito di fatti di cronaca per ripicca: in politica quando si approfitta dei guai degli avversari si ricorre a un giustizialismo rancoroso che mette in evidenza la crisi del diritto e il decadimento delle istituzioni. Per fare solo un esempio separazione delle carriere tra pm e i giudici di cui si parla da anni, non può essere una minaccia: se la magistratura fosse un po più accorta e libera” dovrebbe auspicarla!
L’attuale governo, per restare all’attualità, ha fatto proposte mediocri e contraddittorie con aggravamento di pene di per sé assurde e con invenzione di reati per caratterizzare lo Stato come “Stato etico” non laico, né “liberale”. Naturalmente va a rimorchio della magistratura che teorizza un ruolo etico- politico, vuole condannare il male, la corruzione, la devianza e far prevalere il bene sul male: uno “Stato etico” e un giudice etico sono egualmente pericolosi. Per fare un solo esempio eclatante al riguardo quando si vuole stabilire che la maternità surrogata sia reato universale si imbocca una strada pericolosa non in linea con la tradizione giuridica e istituzionale del nostro Paese.
Orbene sono queste le problematiche alla base di riforme vere e concrete dell’ordinamento giudiziario che non vengono minimamente comprese né affrontate per determinare un rapporto diverso tra i poteri dello Stato.
Il governo contrasta la decisione di un gip “giudice “che non accoglie la richiesta del pubblico ministero in contrasto con quanto si è sempre auspicato, e a ragione, per il generale e inevitabile appiattamento del giudice sul pm: la polemica è dunque miope e senza costrutto. Si chiede da anni la distinzione marcata tra pm e giudice perché si richiede la decisione del giudice che non è parte ma terzo quindi al di sopra delle parti; si contesta al ministro del Turismo il fatto che abbia ricevuto o no l’avviso di garanzia che è da addebitare agli inquirenti, ma in questo modo si alimenta uno scontro e si tace sulle riforme fondamentali per la democrazia. Per questo l’invito al ministro Nordio che parte coralmente dal nostro giornale, di inquadrare la problematica vera delle riforme che lui ben conosce.











