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di don Gino Rigoldi*

Famiglia Cristiana, 2 maggio 2024

Sono troppe le ore lasciate vuote: ai ragazzi bisogna offrire più laboratori, agli agenti più formazione. Il buco nero, che ha visto agenti di polizia penitenziaria accusati di atti terribili del tutto illegali dentro l’istituto penale minorile Cesare Beccaria di Milano, di cui sono stato cappellano e in cui continuo a impegnarmi, ha radici in problemi strutturali che segnaliamo da anni: per carenza di personale, dopo le 16.30 e fino al mattino successivo non ci sono più attività per i ragazzi detenuti che restano a “ciondolare” nelle celle, mentre gli unici adulti presenti nella struttura con loro sono gli agenti penitenziari addestrati a mantenere l’ordine e la sicurezza, ma non formati con competenze da “educatori”, né una preparazione specifica nel trattare con adolescenti difficili.

Da sempre, poi, mancano 20 agenti sui 70 previsti in organico: sono le persone che stanno di gran lunga più tempo con i detenuti spesso con turni di dodici ore. Se già otto ore con ragazzi molto agitati sono assai impegnative, dodici sono una fatica tremenda. Questo tempo vuoto, che si presta a essere riempito di esasperazione e solitudine, deve finire perché può generare distorsioni. Ci hanno chiesto: ma non vi siete accorti di niente?

Dobbiamo tenere presente che certe cose si fanno di nascosto, chi se ne deve accorgere è il comandante. Un comandante degli agenti in carcere deve fare un po’ il padre, un po’ la madre, un po’ il difensore, deve mediare le fatiche: un carcere, in cui ci sono adolescenze recluse con vissuti difficili, è luogo di tensioni, e può accadere che soli a gestirle ci siano agenti di pochi anni più grandi dei detenuti. Non solo, al Beccaria negli ultimi vent’anni il turn over è stato intenso: abbiamo visto avvicendarsi numerosi direttori provvisori e part-time e vari comandanti, provvisori anch’essi. Un comandante e un direttore, finalmente stabili, e preparati, come abbiamo da qualche mese, sono un cambiamento importante: nella stabilità e nel dialogo tra le due figure più facilmente emergono problemi e “segreti” che, dove si agisce troppo in autonomia, possono restare nascosti.

Riguardo ai ragazzi, penso vadano ripristinati i laboratori serali e serve dar loro competenze molto pratiche, considerando la tipologia attuale dei detenuti: per un minore non accompagnato che finisce in carcere dopo aver commesso reati di sopravvivenza, dato che vive di espedienti in strada, imparare a fare la pizza o il cartongesso, lavori che gli italiani non vogliono fare, spesso è la via che rimette in carreggiata una vita, che dà dignità.

Per gli adulti, poi, servirebbe una formazione continua dell’intero gruppo, agenti ed educatori, in modo che tutti insieme rappresentino una comunità educante. E intanto gli agenti del minorile dovrebbero avere una preparazione specifica a monte.

*Cappellano emerito dell’istituto penale per minorenni Beccaria di Milano