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di Livio Ferrari*

Ristretti Orizzonti, 11 luglio 2024

L’attualità dei drammi e morti che si consumano nelle carceri italiane, il trovare uno spazio quotidiano nell’informazione, il continuare a parlarne non ha prodotto alcuna modificazione del sistema. Il parlarne sembra quasi fautore di un’esorcizzazione nei confronti delle macabre notizie sugli esseri umani che vengono stipati nelle nostre patrie galere e, a parte qualche labile protesta in alcuni istituti, in questi mesi la popolazione detenuta ha sentito profondamente il senso di vuoto esistenziale che c’è nei loro riguardi da parte del mondo libero. In fondo sono nella stragrande maggioranza poveri, molti stranieri, e con nessuna funzione di bacino elettorale, perciò non interessano in quanto sono vite a perdere per una società che non è in grado di integrare, soprattutto non coloro che hanno il torto di essere soprattutto ai margini.

E nonostante le informazioni da bollettino di guerra dei morti, l’opinione pubblica è stata ancora una volta privata di un’autentica conoscenza di quali siano le reali condizioni di povertà, di privazione, di sofferenza e dolore in cui versano le persone recluse.

La vulnerabilità sociale e la mancanza di risorse, per chi è ristretto nelle carceri italiane, è l’elemento caratterizzante della distanza che li separa dal resto della società, del disinteresse o peggio dell’odio nei loro confronti da parte dei liberi che non hanno nessuna predisposizione ad approfondire la questione. La prigione umilia, annulla, stigmatizza e impone il dolore, la sofferenza, è crudeltà, crea la mancanza di responsabilità verso il proprio comportamento e aumenta la pericolosità di tutti coloro che vi transitano, che diventano a loro volta moltiplicatori irreversibili e potenziali della violenza ricevuta. Il carcere ha una funzione falsa e ideologica perché finge di controllare, evitare e prevenire i reati, mentre li produce e riproduce, con l’aggravante di organizzare scientemente con pretesa fondatezza ed efficacia un’istituzione sostanzialmente improduttiva, se non controproducente, in cui i diritti fondamentali dei suoi ospiti sono pressoché violati.

Niente di nuovo comunque, anche le violenze di questi anni, documentate dalle immagini e suffragate da faldoni di carte processuali, non hanno smosso l’inerzia governativa, come non stanno producendo alcunché da parte dell’attuale compagine che non ha una cultura ancorata alla Costituzione, che nonostante tutto è comunque ancora vigente, e nella quale non troviamo da nessuna parte il termine carcere, cosa che dovrebbe far assai riflettere.

Continuare a sostenere il sistema carcerario significa in fondo autorizzare la pratica della cattiveria di Stato, con l’imposizione del dolore e della sofferenza ai ristretti. È possibile vivere in un mondo migliore, invece di reprimere è più utile, sicuro e degno investire in politiche pubbliche per ridurre le diseguaglianze sociali. È urgente scegliere percorsi di pace per ridare dignità alle persone che commettono reati, ridurre la sofferenza e la vendetta di questi luoghi disumani che alimentano solo l’odio, ridare ai condannati la responsabilità per quanto hanno commesso affinché possano essere messi in grado di produrre gesti di restituzione del danno e di riconciliazione. Solo se saremo capaci di abbattere questi muri la repubblica Italiana tornerà, almeno per questo verso, ad essere uno Stato di diritto.

*Portavoce “Movimento No Prison”