di Antonio Mattone
Il Mattino, 7 novembre 2020
Non si può perdere la vita così. È la scritta che compare sul luogo dove la sera del 3 novembre è stato ucciso Simone Frascogna. Non si può morire a diciannove anni per uno sguardo di troppo o una precedenza non data. La vita sembra davvero valere poco.
"Tu non sai a chi appartengo!" avrebbe detto l'assassino. Anche lui giovane, appena diciottenne, individuato grazie alle immagini della videosorveglianza, sembra avere legami di parentela con esponenti della malavita della zona. E dopo essere venuto alle mani con la vittima, che esperto di arti marziali stava avendo la meglio, ha estratto una lama e lo ha ferito mortalmente con quattro coltellate.
Simone invece apparteneva a una famiglia di lavoratori e viveva a Licignano, una località nel comune di Casalnuovo, un insediamento di case nato dopo il terremoto. Una periferia cresciuta in fretta e dimenticata altrettanto in fretta, come tanti agglomerati venuti su con l'edilizia post sismica, senza alcuna connessione con i centri urbani.
Periferie caratterizzate da un processo di marginalizzazione dove si va smarrendo l'identità comune. Qui la scuola è in difficoltà, i partiti e il sindacato più deboli se non inesistenti e la chiesa è meno forte. In contesti del genere, privi di solidi punti di riferimento, l'integrazione diventa difficile ed è facile perdersi.
Tuttavia Simone Frascogna era un ragazzo che non si era perso e non era entrato negli ingranaggi della criminalità. Frequentava il quinto anno dell'Itc Isis Europa ed era appassionato di brazilian Jiu jitsu, un'arte marziale di autodifesa. Aveva molti amici e nel suo profilo Facebook si faceva ritrarre spesso accanto al padre, a cui era molto legato. Chi lo ha conosciuto nella palestra sportiva che frequentava da alcuni anni, lo ricorda entrare in punta di piedi con il suo sorriso timido, accennando a un saluto discreto per evitare di disturbare. Un giovane gentile e sempre disponibile per gli altri, che arrivava presto in palestra per pulire il tatami dove si dovevano esibire i bambini. E che d'estate andava a fare il cameriere per potersi comprare i nuovi attrezzi sportivi da utilizzare per il nuovo anno.
Quella sera il suo destino si è incrociato per caso con quello del suo assassino e dei suoi complici. Erano in tre ad aggredire Simone e tutto è accaduto in meno di un minuto. Un copione che si è ripetuto troppe volte a Napoli e nell'hinterland partenopeo.
Viene da chiedersi cosa spinge ragazzi violenti ad accanirsi privi di scrupoli e con tanta brutalità su una persona disarmata. Cosa possa passare per la testa quando si tira dalla tasca un coltello pronti a colpire mortalmente. Sono domande a cui è difficile trovare delle risposte plausibili. Probabilmente si tratta di giovanissimi in cerca di identità e di considerazione che cercano di emergere attraverso azioni e appartenenze perverse. Così per gioco, sfida, noia, rabbia o vuoto scaricano un arsenale di violenza suchi capita sotto tiro.
Appartenere poi ad una certa "famiglia" determina in modo prestabilito un destino da cui è molto difficile sottrarsi. Così come deve essere stato per colui che è stato arrestato per l'omicidio di Simone.
In un video postato su Tik Tok, l'ultimo social di tendenza, si possono vedere le sue imprese in sella ad una grossa moto con una canzone in sottofondo le cui parole sono tutto un programma: "Criminale dint' all'anema mica pe' scelta, so' stato crisciuto 'a 'na setta 'int' a 'stu deserto".
Giovani criminali e boss del futuro che scorrazzano impunemente per le strade anonime della periferia senza che nessuno li fermi.
Quella della violenza giovanile è una realtà complessa, tuttavia il mondo della politica e le agenzie educative sembrano impotenti e rassegnate e hanno rinunciato a parlare a questa generazione. Durante la scorsa campagna elettorale non abbiamo visto molti dibattiti sul tema. Nessuna proposta, né alcun allarme lanciato per fermare il diffondersi della violenza criminale.
Qualche settimana fa, proprio ad alcune centinaia di metri da dove è stato ucciso Simone, ho incontrato il figlio di un camorrista che mi ha raccontato la fatica e l'orgoglio di aver intrapreso una strada totalmente diversa da quella del padre. Casalnuovo è anche questo. Un territorio difficile dove i giovani spesso si trovano da soli di fronte ad un bivio e devono scegliere se percorrere una strada fatta di violenza e guadagni facili o se mangiare pane e fatica. E basta un niente per decidere se andare da una parte o dall'altra.











