di Walter Veltroni
Corriere della Sera, 27 settembre 2025
Il bivio americano. In democrazia non devono esistere “morti giusti” e “morti sbagliati”. C’è il pericolo di una deriva violenta. Non esistono, non dovrebbero esistere in democrazia, i morti dell’una o dell’altra parte. Chi è ucciso dalla violenza politica, per le cose che dice o per le idee che ha, deve essere sempre considerato un martire della libertà. Tutti, a destra e a sinistra, dovrebbero accettare questa semplice regola della libertà. Se invece si strumentalizzano le morti, le si trasforma in nuovi laboratori di odio, in istigazione alla demonizzazione dell’avversario - che invece mai dovrebbe essere considerato un nemico -, allora si accelera la strada verso la radicalizzazione dei conflitti e la loro possibile deriva violenta. L’America è a un passo dal rischio di un conflitto devastante, perché è a un passo dalla perdita di libertà fondamentali. Gavin Newsom, possibile candidato democratico alle prossime presidenziali, ha parlato, in termini allarmati, di “codice rosso” per la democrazia americana aggiungendo una frase raggelante: “Non sono sicuro che nel 2028 si svolgeranno le elezioni”.
È un dato di fatto che la faziosità, lo spirito di parte, la totale perdita del senso dello Stato hanno lacerato quel Paese e lo hanno esasperato. La Casa Bianca non celebra le vittime della violenza politica allo stesso modo. Esalta i “suoi” e rimuove gli “altri”. I morti degli altri non contano. Per la semplice ragione che gli altri sono un inspiegabile impiccio, un’eresia, una presenza assurda e ingiustificabile che va rimossa. Perché gli altri meritano “odio”, una parola che mai dovrebbe essere pronunciata da un leader politico responsabile, tantomeno da chi guida quella che era la più grande forza, anche morale, dell’Occidente.
Per esempio Melissa Hortman. Nessuno ha organizzato delle onoranze con centinaia di migliaia di persone, nessuno in Italia ha convocato il Parlamento per onorarla. Pochi conoscono la sua storia terribile. Nel giugno scorso lei, deputata dello Stato del Minnesota, è stata uccisa in casa insieme a suo marito da un uomo vestito da poliziotto che, non soddisfatto del suo operato, ha poi sparato al senatore dello Stato Hoffman e a sua moglie, ferendoli gravemente. L’assassino, Vance L. Boelter, aveva nella sua automobile un elenco di settanta persone da colpire tra i quali vari esponenti democratici e medici favorevoli all’aborto. Era un fondamentalista cristiano, elettore di Trump. In un sermone aveva detto: “Ci sono persone, soprattutto in America, che non sanno di che sesso sono” e che “non conoscono il loro orientamento sessuale, sono confuse. Il nemico è entrato così profondamente nella loro mente e nella loro anima”. Questa è la storia avvenuta in Minnesota.
Nel 2022 un estremista di destra, imbevuto di teorie cospirazioniste, è entrato in casa di Nancy Pelosi, speaker della Camera dei Rappresentanti e leader storica del partito democratico e, non trovandola, ha preso a martellate sulla testa suo marito.
Nessun leader democratico ha colto l’occasione di queste violenze per affermare, come ha fatto Trump alle esequie di Charlie Kirk, “Io odio i miei avversari”. Un anno prima dell’aggressione in casa Nancy Pelosi aveva avuto il suo ufficio al Campidoglio occupato dai dimostranti del 6 gennaio 2021, quelli istigati da Trump presidente uscente e poi graziati con una firma, apposta il primo giorno del nuovo mandato, che ha scagionato 1.600 persone che avevano fatto un’irruzione violenta nella casa della democrazia americana.
Che segnali sono? Il presidente degli Stati Uniti ha recentemente attaccato la sua ministra della Giustizia perché ancora non aveva messo sotto accusa i suoi avversari tra i quali l’ex capo dell’Fbi, ora prontamente incriminato, un senatore democratico e la procuratrice di New York. Ha deriso l’Unione europea, l’Onu, annunciato, siamo alla farsa, di aver fatto finire guerre che continuano, si è lodato e imbrodato nonostante la pace in Ucraina non sia arrivata in 24 ore come promesso, ha demolito l’emergenza climatica, definita una farsa, ha annunciato - cosa dicono i cattolici del governo italiano? - la reintroduzione a Washington D.C. della pena di morte. Ha esaltato l’economia americana, annunciando nuovi dazi isterici, nonostante crescano inflazione e disoccupazione come documentato responsabilmente dal presidente della Federal Reserve Jerome Powell, altra testa da tagliare, ha messo all’indice giornalisti e conduttori televisivi non graditi, minacciando di togliere licenze a chi non si mette in riga. Come per le università, come per i musei.
L’aria che tira negli Usa è quella che avevamo previsto, molto prima delle elezioni di novembre scorso. La presidenza Trump si propone, diversamente da quanto accadde nel primo scialbo mandato, di cambiare le regole del gioco, di annientare ogni forma di dissenso, di rimuovere i bilanciamenti necessari in una democrazia presidenziale, di passare, in sostanza, ad una forma di autocrazia. Non assistiamo a un capitolo della normale alternanza tra repubblicani e democratici, ma a un episodio di tutt’altra natura. È una stagione “rivoluzionaria” che avviene sotto il segno dell’autocrazia e del populismo e che altera delicati equilibri geopolitici.
Bisogna dirlo, per tempo, se questo accade in un paese che è stato leader dell’Occidente. E dovrebbero dirlo, senza la tremarella alle gambe, i governi europei che finora hanno incassato dalla Casa Bianca solo dazi e costante delegittimazione. Non si lede la maestà se si mette in guardia un proprio alleato storico dai rischi di una deriva autoritaria. I governanti Dc, nel tempo della guerra fredda, non ebbero timore di condannare la guerra in Vietnam e il Watergate.
Se l’Occidente smarrisce il suo riferimento atlantico, l’Europa deve ancora di più serrare le fila e valutare chi davvero, al suo interno, vuole procedere verso l’integrazione e la costruzione di un soggetto forte, dotato di politiche economiche, sociali, ambientali, estere, di difesa davvero comuni. Si ascoltino le sagge raccomandazioni di Mario Draghi e ci si muova, in fretta, per un’Europa pronta a ritrovare relazioni con potenze estere a partire dalla sua forza autonoma. Identità e apertura sono gemelle siamesi. L’Occidente non può accettare supinamente, pena la sparizione dei suoi valori fondamentali, la radicalizzazione estrema delle posizioni, l’alterazione delle garanzie fondamentali, la riduzione delle libertà. Questa escalation genera violenza assurda, diffusa, e rischi di conflitti che precipitano verso guerre, in assenza della saggezza e della forza della politica. È quello che sta avvenendo, sotto i nostri occhi, ogni giorno. Davvero non lo si capisce?










