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di Francesco Oliva

La Repubblica, 8 maggio 2024

La situazione nel penitenziario di borgo “San Nicola” è sempre più esplosiva con oltre 1.300 detenuti stipati nelle celle. Da anni oltre la capienza massima: il tasso di sovraffollamento, infatti, sfiora il 149,5%. Da mesi, il carcere di Lecce è alle prese con ulteriori criticità che hanno intaccato il fronte sanitario. Le carenze sanitarie nel carcere di Lecce al centro di un esposto a firma di 29 detenuti: penuria di personale, scarsa attenzione per le problematiche di salute, decessi continui. E persino un focolaio di tubercolosi scoppiato nel reparto di Infermeria e sfuggito ai controlli. C’è tutto questo nel disagio dei detenuti nel reparto di infermeria. D’altronde, la situazione nel penitenziario di borgo “San Nicola” è sempre più esplosiva con oltre 1300 detenuti stipati nelle celle. Da anni oltre la capienza massima: il tasso di sovraffollamento, infatti, sfiora il 149,5%.

Da mesi, il carcere di Lecce è alle prese con ulteriori criticità che hanno intaccato il fronte sanitario. Così 29 detenuti, codice penale in mano, si sono improvvisati esperti giuristi, sciorinando articoli e citando leggi a tutele del bene primario: il diritto alla salute. “Chiediamo una carcerazione dignitosa a salvaguardia dei diritti costituzionali” dicono a gran voce. E le lamentele sono confluite in un esposto inoltrato alla Magistratura: l’organo con cui spesso migliaia di detenuti si scontrano per battaglie personali. Questa volta, invece, la lotta intrapresa è una battaglia collettiva e di principio.

L’epicentro dei disagi si respira, come detto, nel reparto di Infermeria dove di recente si sono registrati tre decessi. “Siamo chiusi per 20 ore al giorno e non ci vengono garantite le 8 ore di apertura delle celle. Per noi - ad aumentare il carico delle doglianze - non è prevista alcuna attività di istruzione in difformità con il dettato costituzionale dell’articolo 27 della Costituzione”. Disagi secondari a sentire i detenuti perché la vera emergenza sarebbe rappresentata da altro: accedere alle cure adeguate per problemi di salute. “Nel reparto (l’unico in Italia) non sono installate telecamere di sorveglianza, un dispositivo tecnologico che tutelerebbe sia noi detenuti che gli agenti che prestano servizio in reparto”.

Nella lista delle cose che non vanno c’è anche tanto altro come i citofoni nelle celle e i campanelli “che per noi detenuti o meglio pazienti sono importantissimi perché se stiamo male dobbiamo sperare nel vicino che richiami l’agente”. Una situazione esplosiva secondo i detenuti. Che citano anche l’articolo 11 dell’ordinamento penitenziario per sollevare un’ulteriore criticità: non verrebbero eseguite visite mediche nonostante i continui solleciti. “Magari - denunciano ora i detenuti - quando facciamo noi copia del diario clinico troviamo refertato di essere stati visitati”.

Ulteriore problema correlato sarebbe l’assenza anche per più giorni dei farmaci prescritti.

E in reparto, questo sì che suona come un paradosso, mancherebbe un presidio medico-infermieristico fisso di 24 ore: un solo medico deve garantire assistenza e cure a 1300 detenuti e gli infermieri si ritrovano a fare turni di servizio in più reparti. “Chiediamo così come avviene negli altri istituti italiani - si legge nell’esposto - che anche a Lecce venga disposta la presenza fissa di un medico e di infermieri che esulino dal prestare servizio in altri reparti”.

Le emergenze si sono acuite nell’ultimo periodo dopo l’esplosione di un focolaio di tubercolosi agli inizi di aprile che, a detta dei detenuti, non sarebbe stato trattato con i dovuti protocolli. Sono stati accertati 12 casi. Per due reclusi si è reso necessario il ricovero in ospedale; altri, invece, sono stati trasferiti in isolamento sanitario mentre il virus ha colpito anche due agenti.

Con il rischio di aver portato la tubercolosi anche fuori dalle mura del carcere dopo i tanti colloqui con familiari e avvocati in queste settimane. “Il 5 aprile - si legge nell’esposto - ci sono state consegnate le mascherine anticovid per evitare il contagio ma i detenuti continuano a fare le 4 ore d’aria assieme senza creare una bolla di protezione”.