di Francesco Oliva
La Repubblica, 12 novembre 2021
Cinquantuno anni, 22 dei quali vissuti in cella, ora racconta in un libro come la passione per il cibo gli abbia cambiato la vita: prima fra le mura del supercarcere di Trani poi, una volta uscito, dandogli una seconda possibilità. Un libro per raccontare la sua esperienza in carcere dove ha subito soprusi e ingiustizie ma dove ha anche imparato il mestiere che ora svolge con passione e amore da circa dieci anni. "Sono un cuoco non uno chef" esordisce Fulvio Rizzo, 51 anni 22 dei quali trascorsi dietro le sbarre molti dei quali al 41 bis, il carcere duro. La sua passione per la cucina si è rivelata un balsamo per attendere il fine pena e concedergli una nuova chance appena tornato in libertà.
Ora Rizzo gestisce un albergo e un ristorante, collabora nella stesura di opere teatrali e ha scritto anche un libro il cui titolo è la sintesi perfetta dei suoi primi 51 anni: "Diventare chef (nonostante tutto)". Nei giorni scorsi ha presentato la sua prima fatica letteraria il cui ricavato sarà in parte devoluto all'associazione Antigone che da anni si batte per i diritti e le garanzie nel sistema penale. E Rizzo di battaglie ne ha fatte tante e vinte altrettante.
Da ragazzino ci sapeva fare con il pallone e per tanti rappresentava una giovane promessa del calcio salentino; l'amicizia con Antonio Corvino che comprò il suo cartellino; poi, però, arrivarono le cattive amicizie; gli anni vissuti negli ambienti della malavita fino al carcere. Dietro le sbarre Rizzo ha visto il buio ma anche la luce (le amicizie coltivate, il diploma di ragioneria, la laurea in sociologia). "Ho fatto degli errori in gioventù - racconta - ho trascorso tanti anni dietro le sbarre per colpe non mie ma la vita mi ha riservato un'altra opportunità".
Rizzo era detenuto nel carcere di Trani quando si è avvicinato ai fornelli. "Dopo una protesta per il cibo scadente il direttore del carcere mi propose di allestire una squadra racconta. Lo feci ed è stata la decisione che mi ha cambiato la vita. Iniziai un percorso in cucina e il cibo si è rivelato qualcosa di eccezionale anche perché mi permetteva di trascorrere trenta/quaranta minuti con tutti gli altri compagni di cella". Nel tempo Rizzo ha affinato le doti anche se rimane modesto. Una specialità? La lasagna di Portofino (besciamella, pesto e gamberetti) ideata in cella come "innocente evasione" e come risposta a una guardia che gli disse che il mare non l'avrebbe più rivisto. Rizzo, invece, non ha mai mollato.
Insieme con il socio "fratello", Gigi Perrone, "l'unico maestro che ha creduto in me e che mi ha teso una mano" ha aperto un ristorante apprendendo velocemente i trucchi del mestiere. I primi anni non sono stati semplici. Rizzo doveva rientrare in carcere entro le 21 perché in regime di semilibertà ma sono stati anche gli anni dei concorsi in cucina e dei riconoscimenti. Ed ora eccolo qui. Pronto a dispensare suggerimenti e consigli su come una pietanza vada preparata per valorizzare i sapori e soddisfare i palati più esigenti. "Tutto questo - dice con un pizzico di emozione - non sarebbe stato possibile se non avessi avuto al mio fianco una donna speciale come mia moglie e mia figlia che ho ritrovato fuori già donna e imprenditrice".









