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di Francesco Oliva

La Repubblica, 17 luglio 2026

Michele Fina aveva 34 anni, improvvisamente si è accasciato mentre era nella sala comune. Aperto un fascicolo d’indagine per omicidio colposo a carico di ignoti. Secondo il sindacato di Polizia penitenziaria Spp si tratterebbe “di una morte per droga”. Un’ipotesi su cui è molto cauta l’avvocata dell’uomo. È avvolta nel mistero la morte - la sesta in tre mesi - di Michele Fina, 34 anni, originario di Campi Salentina (Lecce), deceduto mercoledì 15 luglio, nel carcere di Lecce. Era agli arresti per una condanna definitiva di qualche mese: sarebbe uscito a ottobre. Fina aveva appena concluso il colloquio con i genitori quando, rientrato nella sala comune - ha accusato un malore mentre giocava a biliardino insieme ad altri detenuti.

Si è accasciato ed è morto senza che i medici potessero tentare una rianimazione. Sulle cause del decesso è stato aperto un fascicolo d’indagine dal sostituto procuratore Massimiliano Carducci con l’accusa di omicidio colposo a carico di ignoti.

A dire del Sindacato polizia penitenziaria (Spp) - come riportato in un comunicato - si tratterebbe “della terza vittima per droga, dopo quelle registrate fra aprile e maggio scorso, all’interno dello stesso istituto penitenziario”. Per il segretario generale, Aldo Di Giacomo, l’ennesimo decesso rappresenterebbe “la tragica conferma di quanto denunciamo da tempo: la droga circola in grandi quantitativi specie nelle carceri pugliesi, siciliane, lombarde e campane. I tossicodipendenti, più di 20mila detenuti con problemi di dipendenza secondo l’ultima rilevazione statistica del dicembre 2025, rappresentano il 32% del totale e muoiono con maggiore frequenza in carcere rispetto ai decessi che avvengono fuori”.

Come ribadito già in altre occasioni, “gli istituti penitenziari - secondo il sindacalista - sono diventati le più grandi “piazze di spaccio” nel Paese. Noi da tempo abbiamo messo in guardia sul nuovo corso della mafia 2.0, che non è possibile contrastare con l’assunzione di poche decine di agenti penitenziari”. Per Di Giacomo “non per tutti i detenuti l’approvvigionamento di droga è complicato: i boss e quanti dispongono di aiuti all’esterno sono privilegiati e usano le droghe per ricattare. Una situazione che ha superato ogni limite al punto che alcuni istituti per traffico superano persino le piazze di spaccio di grandi città”.

Sulle cause del decesso, l’avvocata Chiara Capodieci, legale di Michele Fina e della famiglia, è molto più cauta in attesa degli esiti dell’autopsia, fissata per i prossimi giorni. “Non abbiamo ancora dati definitivi - spiega a Repubblica - saranno gli accertamenti tossicologici a stabilire se il mio assistito abbia assunto droga”. L’ultimo colloquio, il 7 luglio.

“L’ho visto tranquillo in quell’occasione - dice - non mi aveva manifestato particolari problematiche se non qualche disturbo di stomaco che stava comunque curando con una terapia”. Circa tre settimane addietro, infatti, il 34enne era stato ricoverato all’ospedale Vito Fazzi di Lecce e poi dimesso in attesa di ultimare alcuni esami. A breve poi come riferisce l’avvocata Capodieci “sarebbe stata fissata udienza davanti al tribunale di sorveglianza per discutere l’istanza di domiciliari in una comunità”.