di Claudio Tadicini
Corriere del Mezzogiorno, 18 febbraio 2025
L’indagine sulla morte del 52enne Massimo Calò era stata avviata dopo la denuncia della famiglia: l’uomo aveva detto di essere caduto dal letto. Gli accertamenti ripartiti dal un post sui social. “Ha litigato in cella. È stato un mese in coma. Come si dice, ha ricevuto un colpo in testa con la caffettiera”. È questo il messaggio che ha ulteriormente acceso i riflettori sulla morte di Massimo Calò, leccese di 52 anni, deceduto il 4 febbraio a causa di un grave ematoma alla testa che lo aveva portato al coma. Una morte inizialmente attribuita a una caduta accidentale dal letto in cella, ma sulla quale un messaggio sui social ha ora sollevato il dubbio che l’uomo possa essere stato aggredito. Sono gli ultimi sviluppi sull’inchiesta avviata dalla procura di Lecce, che sta cercando di fare chiarezza sulle circostanze della morte dell’uomo. Il messaggio comparso sui social ha spinto gli investigatori a rivedere questa ipotesi: nel post, condiviso dai familiari di altri detenuti, infatti, si fa riferimento ad una lite in cella e di un colpo ricevuto con una caffettiera.
L’ipotesi dell’aggressione sembra circolare da giorni tra gli stessi detenuti. Le indagini della polizia penitenziaria, coordinate dal pubblico ministero Maria Grazia Anastasia, sono ora finalizzate a verificare se effettivamente Calò sia stato vittima di un pestaggio, nonostante quest’ultimo abbia dichiarato ai medici di essersi ferito dopo essere caduto dal letto.
Sulla morte dell’uomo è già stata avviata un’inchiesta per chiarire la condotta del medico di turno dell’infermeria del carcere di Lecce, accusato dai familiari di Calò di aver sottovalutato la gravità dell’ematoma. Calò, curato inizialmente nel penitenziario di Borgo San Nicola, dopo due giorni, fu trasportato d’urgenza al Fazzi e qui ricoverato per un’emorragia interna, morendo dopo quasi un mese di coma.











