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lecceprima.it, 29 agosto 2026

Il fatto avvenuto il 26 agosto. Per il Sappe, il suicidio riaccende i riflettori sul sovraffollamento, sulla carenza organica della polizia penitenziaria e sul prolungato silenzio delle istituzioni locali. Un giovane detenuto che decide di farla finita nel silenzio e nel buio, il compagno di cella che dorme e che si accorge di tutto solo quando ormai la tragedia si è consumata, l’inutile chiamata per un soccorso in extremis. La tragica sequenza degli eventi si è consumata alle prime ore di venerdì 26 agosto, all’interno del reparto R2 della struttura detentiva di Borgo San Nicola a Lecce.

Un giovane di circa 24 anni, originario della provincia salentina e ristretto nel carcere capoluogo con l’accusa di maltrattamenti in famiglia, ha posto fine alla propria esistenza impiccandosi alla sbarra del letto mediante una corda rudimentale ricavata dalle lenzuola della propria stanza.

A dare l’allarme, intorno alle 2 e mezza del mattino, come detto, è stato il compagno di cella, il quale ha attirato l’attenzione dell’agente di servizio. Nonostante l’immediato intervento del poliziotto e la successiva attivazione dei soccorsi medici, ogni tentativo di rianimazione si è rivelato purtroppo vano, lasciando di fronte agli operatori uno scenario drammatico. L’ennesimo episodio luttuoso verificatosi tra le mura dell’istituto salentino trascende il pur doloroso dato di cronaca individuale e riporta con prepotenza al centro del dibattito pubblico le condizioni strutturali e operative in cui versa il sistema penitenziario.

Sulla vicenda si è espressa con toni di denuncia la segreteria nazionale del Sappe (Sindacato autonomo polizia penitenziaria), attraverso le parole del segretario Federico Pilagatti, il quale ha evidenziato come la tragedia si sia consumata in un contesto organizzativo compromesso. Nel momento dell’evento, infatti, l’unico poliziotto penitenziario in servizio presidiava contemporaneamente ben quattro sezioni detentive, per un bacino complessivo di circa 260 detenuti. Una condizione di estrema vulnerabilità operativa che, secondo il rappresentante sindacale, solleva interrogativi ineludibili sulla possibilità concreta di intercettare o prevenire tempestivamente simili gesti estremi. Le criticità riscontrate nella notte dell’incidente riflettono uno squilibrio di carattere sistemico che affligge da lungo tempo l’istituto di Borgo San Nicola.

A fronte di una capienza regolamentare fissata al di sotto degli ottocento posti, la struttura ospita attualmente quasi 1.500 detenuti, molti dei quali caratterizzati da profili complessi o da pregressi comportamenti aggressivi. A questo spaventoso tasso di sovraffollamento (già denunciato decine di volte da sindacati e associazioni che si battono per i diritti dei detenuti) fa riscontro una scopertura dell’organico della polizia penitenziaria priva di paragoni sul territorio nazionale, al punto che nei turni serali e notturni la sicurezza dell’intero complesso e la vigilanza sulle quasi 2mila persone presenti tra popolazione reclusa e personale affidato è demandata a una guarnizione di appena tredici o quattordici agenti.

Tale stato di sofferenza operativa era stato preventivamente formalizzato dal Sappe attraverso plurime iniziative istituzionali, tra cui una dettagliata lettera inviata alle massime autorità politiche e amministrative locali e la presentazione di appositi esposti presso le Procure della Repubblica della regione, inclusa quella di Lecce.

Negli atti depositati, il sindacato denunciava l’imminente pericolo per la salute, la sicurezza e l’incolumità sia della popolazione detenuta, sia degli operatori. Particolare rammarico viene espresso nei confronti dell’inerzia degli organi di governo cittadino: nonostante le formali sollecitazioni rivolte alla sindaca di Lecce, Adriana Poli Bortone, affinché effettuasse un sopralluogo diretto presso la struttura ed esercitasse le prerogative di verifica in materia di tutela della salute pubblica e della sicurezza previste dal testo unico degli enti locali, non vi sarebbe stato alcun riscontro agli appelli.

La riflessione sollevata dall’organizzazione sindacale pone l’accento sul divario esistente tra le dichiarazioni di principio che periodicamente accompagnano il dibattito sulle carceri e l’effettiva assunzione di responsabilità da parte della società civile e delle istituzioni competenti. Evidenziando la distanza tra le garanzie solennemente proclamate dalla Carta costituzionale - a partire dall’articolo 27 sulla dignità della pena e sulla tutela della salute e dell’incolumità individuale - e la drammatica quotidianità operativa delle strutture penitenziarie.