di Arcangelo De Luca
agoranotizia.it, 14 settembre 2026
Il termometro della crisi penitenziaria italiana segna temperature da codice rosso e la Puglia, in questo caso Lecce, si conferma una delle aree più incandescenti: una delegazione dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, guidata dal segretario Sergio D’Elia e dal tesoriere Elisabetta Zamparutti, lo scorso 11 settembre è tornata a varcare la soglia del carcere “Borgo San Nicola” di Lecce a distanza di un anno dall’ultima ispezione. L’obiettivo: verificare da vicino una realtà che i numeri ufficiali faticano ormai a contenere e che si colloca ben oltre i già drammatici livelli della media nazionale. I numeri del collasso. Se in Italia il tasso medio di sovraffollamento sfiora il 139 per cento, con quasi 65mila detenuti stipati in poco più di 46mila posti reali netti, Lecce assume le caratteristiche di una vera e propria polveriera: l’indice ha raggiunto il 183 per cento.
Una situazione a dir poco insostenibile, come spiega l’avvocato Alfredo Lonoce, componente dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”: “A fronte di una capienza regolamentare di appena 798 posti, la struttura leccese ospita oggi circa 1.453 persone, tra cui un centinaio di donne e quasi 150 cittadini stranieri, su 773 posti disponibili. Un dato su tutti fotografa il paradosso normativo e strutturale: i soli detenuti con condanna definitiva sono oltre 960, un numero che da solo schiaccia e supera la capacità massima dell’intero istituto. Vivere in queste condizioni significa, per i reclusi, vedersi negare lo spazio vitale minimo di tre metri quadri calpestabili per persona. Mancano le docce nei reparti detentivi ordinari e la carenza di personale sanitario (medici, infermieri e psicologi) rende la gestione della salute mentale e fisica un miraggio quotidiano. Gli ultimi tre dirigenti sanitari si sono dimessi e il posto è attualmente vacante. Una tensione che costa vite umane”.
Il sovraffollamento non è solo un problema di metri quadri, ma una frizione costante che logora chi sta dentro perché detenuto e chi ci lavora: “All’interno del “Borgo San Nicola” la situazione è critica, nonostante il meritorio impegno quotidiano della struttura dirigenziale - continua l’avv. Alfredo Lonoce -. Nel solo corso del 2026 si sono già registrati 5 decessi di cui 2 suicidi accertati, che si sommano a decine di tentativi sventati in extremis e a oltre 100 atti di autolesionismo. Una scia di dolore che si inserisce in un quadro nazionale drammatico, dopo i 254 decessi complessivi (di cui 76 suicidi) registrati nel 2025. A gestire questa bomba a orologeria è un corpo di Polizia Penitenziaria ridotto all’osso: la pianta organica registra un deficit che sfiora il 20%. Circa 470 agenti effettivi si trovano a dover garantire l’ordine, la sicurezza e il barlume di dignità rimasto a una popolazione sovrabbondante, esponendosi quotidianamente a rischi elevati e a episodi di aggressione”.
Nell’ambito di questo scenario preoccupante, si registra, secondo l’analisi dell’avv. Lonoce, “Il muro contro muro della politica. Mentre le sezioni detentive scoppiano, la risposta della politica romana rimane distante e polarizzata. Nelle stesse ore della visita ispettiva a Lecce, si consuma lo stallo definitivo sulla proposta di legge C. 552 presentata da Roberto Giachetti (Italia Viva), che proponeva una “liberazione anticipata speciale” (uno sconto fino a 90 giorni a trimestre per buona condotta) sul modello di quanto già sperimentato con successo durante l’emergenza Covid. Il provvedimento, appoggiato dal centro e dal centrosinistra, da frange di Forza Italia e dall’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) come immediato strumento deflattivo, è andato a scontrarsi contro il muro della linea rigorista di Lega e Movimento 5 Stelle, contrari a quello che definiscono un “indulto mascherato”. La partita politica è stata infine blindata dall’esecutivo con l’approvazione della Legge 140/2026. Il piano del Governo sceglie di archiviare le riduzioni di pena automatiche, scommettendo invece su interventi di natura amministrativa e sul potenziamento delle comunità terapeutiche per i detenuti con problemi di dipendenza”.
Per l’avv. Alfredo Lonoce, “Resta il dubbio se le misure varate dall’esecutivo e i progetti di nuovi spazi detentivi, sul modello delle strutture in Albania, possano curare in tempo una ferita che sanguina oggi. Nel 2013 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia con la celebre sentenza Torreggiani per trattamenti inumani e degradanti. Tredici anni dopo, lo spettro della violazione dell’articolo 3 della CEDU e dell’articolo 27 della nostra Costituzione è più vivo che mai. Il rigore nell’esecuzione della pena non può trasformarsi in tortura o in un sistema punitivo di stampo medievale. Lo Stato ha il dovere di marcare la differenza antropologica e giuridica tra la “giusta pena” e la “vendetta”. Se il carcere abdica alla sua funzione rieducativa per diventare mero strumento di annientamento fisico e mentale, a perdere non è solo il reo, ma la legalità delle stesse Istituzioni”.









