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di Sara Mannocci

vita.it, 19 maggio 2026

Con il progetto gli studenti del liceo classico Capece incontrano i detenuti. Uno scambio alla pari di parole ed emozioni per superare paura e pregiudizio. “Ma la corriera non voleva arrivare?”. È martedì, casa circondariale Borgo San Nicola di Lecce. I detenuti non nascondono l’impazienza con cui ogni settimana aspettano l’appuntamento con i ragazzi, che raggiungono il penitenziario in autobus. I cancelli del carcere si aprono ogni martedì per accogliere gli studenti del liceo classico Francesca Capece di Maglie. Per entrare è necessario lasciare il cellulare. Ci si immerge in una dimensione reale, oggi sempre più rara, fatta di imperfezione, un luogo vero, concreto. Senza falsità. Non si tratta solo di una visita, piuttosto di un vero e proprio incontro “faccia a faccia” tra studenti e detenuti, come opportunamente è stato chiamato il progetto avviato circa tre anni fa, sviluppato sulla base di un’esperienza di laboratorio condotto nel penitenziario da Ada Fiore, professoressa di storia e filosofia del liceo classico.

In questo anno scolastico sono state più di trecento le adesioni da parte degli studenti dell’intero istituto. “L’iniziativa è partita come esperimento nelle sole sezioni di liceo classico, dove insegno”, spiega Fiore, “poi gradualmente è stata estesa a tutti gli indirizzi della scuola, per il triennio dal terzo anno al quinto. Ogni settimana accompagno una classe diversa”. Spazi enormi, finestre con le grate, bucato steso, rumori forti e porte che si chiudono: la sensazione di fronte alla casa circondariale è quella di sentirsi fuori luogo. Per gli incontri è a disposizione una sala con le sedie, gli studenti si dispongono in semicerchio e aspettano i detenuti. “Occorre del tempo prima che arrivino, i tempi del carcere sono fortemente dilatati”, sottolinea Fiore. “I ragazzi inizialmente fanno il gesto automatico con la mano di cercare il cellulare che hanno dovuto consegnare, poi si abituano. Di volta in volta stabilisco un argomento che si cerca di affrontare, si tratta sempre di temi e valori universali, il tempo, la solitudine, l’amore, la paura, la solidarietà. Si salutano, i primi momenti sono i più difficili, Le mie parole poi aiutano a rompere il ghiaccio”. 

Ad incontrare i ragazzi “faccia a faccia” un gruppo di dodici detenuti, appartenenti al padiglione C3 di custodia avanzata. “Si tratta di persone che sono state selezionate valutando alcuni aspetti”, precisa Giuliana De Magistris, educatrice penitenziaria nella sezione maschile e femminile, “a partire da una condotta rispettosa delle regole e di adesione ai programmi trattamentali. Questi detenuti, quindi, hanno già compiuto un percorso intramurario, ed è stato rilevato che hanno dato prova di cambiamento”. È proprio il cambiamento la chiave di lettura di questo progetto, pensato come strumento per aiutare a riscattare il carcere, renderlo uno spazio non più di puro transito, con la persona che si dissolve, trasformarlo bensì in un luogo con una narrazione diversa. Non a caso durante gli incontri i ragazzi sono disposti in semicerchio rispetto ai detenuti, non c’è una gerarchia, tutti possono guardarsi in faccia con una parità di ruoli e uno scambio di idee. Davide Giannuzzi frequenta il terzo anno al liceo classico Francesca Capece, sottolinea l’umanità delle persone che ha incontrato. “Sono persone che hanno sbagliato e devono ricostruire”, dice, “sperando come tutti noi in un futuro tranquillo, con un presente in crescita, lontano da un passato di esperienze negative. Sicuramente, quando sono tornato a casa ho capito quanto sono fortunato a poter vedere i miei genitori, sono riuscito a uscire dal luogo comune, con una impostazione nuova della realtà, più senso di consapevolezza e libertà”. Non ci sono finzioni o maschere, i detenuti infatti chiedono sempre ai ragazzi che incontrano cosa pensavano prima di entrare in carcere e cosa pensano nel momento in cui vi si trovano: loro rispondono che avevano pregiudizi e paura, che molto spesso si dissolvono grazie all’incontro. La paura accompagna anche i pensieri di chi vive la detenzione, come è emerso dall’incontro dedicato a questa emozione. Il timore più grande? “che la mia famiglia possa aver subito un trauma che non supererà mai…di soffrire, anche se si deve andare avanti…della solitudine…di essere marchiati a vita…di morire in carcere…di rientrare nella società”. 

Incontrarsi è quindi diventare testimoni della propria storia di vita, dei propri errori e delle riflessioni su se stessi, creando una connessione, un dare e ricevere di cui beneficiano sia le persone detenute che gli studenti. “Se questo progetto si diffondesse in tutte le scuole”, osserva Fiore, “sarebbe per tutti una grande opportunità per migliorarsi, conoscere la colpa, l’errore, il senso di responsabilità. I nostri ragazzi, infatti, all’esame di maturità riferiscono come prima cosa di aver fatto questa esperienza nel carcere”. Caterina Chiriatti frequenta il quarto anno del liceo classico, durante il suo incontro è emersa la questione delicata dei rapporti dei detenuti con i familiari, il sentirsi spesso inadeguati nei loro confronti. “In un primo momento avevo un po’ di imbarazzo e paura a parlare”, confessa, “poi mi sono tranquillizzata con le parole della professoressa. Non possiamo giudicare queste persone, credo che siano più sensibili di tante altre. So che mi piacerebbe fare anche il prossimo anno questa esperienza come attività di volontariato”. Gli incontri alla casa circondariale Borgo San Nicola proseguiranno per tutto il mese di maggio. E’ come spargere semi che nel tempo germogliano, se le parole scambiate in carcere hanno già superato le mura e si sono trasferite in lettere scambiate tra ragazzi e detenuti. “Incontrarvi ci ha ricordato che nessuno è definito per sempre da ciò che ha sbagliato”, scrivono gli studenti. “Ognuno porta con sé la possibilità di cambiare, di ricominciare, di costruire qualcosa di diverso”. Questa lettera è stata “una medicina per le nostre anime”, rispondono i detenuti. “Grazie a voi tutti per esservi calati umanamente, immedesimati nelle vesti di noi detenuti, per esservi per poche ore immedesimati nella nostra vita senza aver avuto pena o pietà”. Un interlocutore prezioso per i ragazzi, chi vive la detenzione, perché ha la possibilità di spiegare il proprio vissuto e cosa significa essere privati della libertà. “Abbiamo scelto di coinvolgere nel gruppo di detenuti anche chi ha un obiettivo di fine pena più lontano”, dice De Magistris, “perché questo spesso stimola a maturare una riflessione più significativa di quello che si sta vivendo. Per loro questi incontri sono come aprire una finestra sulla gioventù e sul mondo esterno, un’apertura che permette finalmente di comunicare e relazionarsi con persone diverse dai compagni”. 

Una rottura, che introduce una ventata di aria fresca e spezza una monotonia quotidiana fatta dal parlare quasi esclusivamente di argomenti legati all’andamento dei processi e questioni giuridiche. Un momento che induce a ulteriori riflessioni e che ha il suo valore soprattutto nel dopo, in quello che resta quando i detenuti ritornano nei propri spazi in attesa dell’incontro successivo. “Molti di loro si commuovono”, aggiunge De Magistris, “alcuni dicono che questo scambio li fa sentire liberi. Sono felici di mandare un messaggio ai ragazzi perché non commettano gli stessi errori, non sottraggano anni alla vita vera, cercando di ispirare in loro così un senso di legalità vera, non solo di rispetto delle regole. È molto forte anche la speranza di lasciare nei ragazzi il desiderio di superare il pregiudizio, sperano che la società non guardi più il detenuto come un marchio, imparando a guardare piuttosto la persona”. In questi preziosi momenti di incontro e scambio i detenuti si sentono ascoltati e quindi anche liberi di esprimere quello che maggiormente non funziona. I problemi si concentrano soprattutto sulla gestione della vita carceraria e sulla sensazione di non sentirsi percepiti. “Un tema ricorrente è anche l’importanza del lavoro intramurario, a cui non tutti però riescono ad accedere, perché consente ai detenuti di non sentirsi solo come un peso ma più utili anche rispetto alla famiglia”, conclude De Magistris. “Il carcere è luogo di espiazione, senza dubbio, perché il debito deve essere pagato, ma non dovrebbe diventare un non luogo, proprio per consentire alle persone che hanno espiato la propria pena la possibilità di andare avanti. Molti dei detenuti coinvolti nel progetto, infatti, si trovano nel fondamentale passaggio di revisione critica del proprio reato, che consente un’adesione piena alla legalità come visione comune”.