di Valentina Murrieri
lecceprima.it, 25 febbraio 2025
I detenuti si raccontano. Abbiamo incontrato tre ospiti dell’istituto penitenziario leccese, chiacchierando liberamente sul passato, sul percorso di introspezione ed elaborazione dei propri errori all’interno della struttura e del futuro che li attende fuori. “Il carcere fino a pochi anni fa non era pensato per le donne: non ci erano consentiti neppure trucchi e colore per capelli”. Uno. Due. Poi la terza spinta sulla porta antipanico che non si apre. Alle spalle, la voce dell’agente della polizia penitenziaria: “L’aiuto io. Questo è il segno di come qui sia facile entrare, ma poi tanto difficile uscire”. Una “città nella città” l’ha definita una delle detenute che abbiamo ascoltato. Con una popolazione di mille e 200 abitanti, quella di Borgo San Nicola è la più grande struttura detentiva di Puglia, dato confermato la direttrice Mariateresa Susca nell’intervista di cui riferiamo in un articolo a parte. Un microcosmo con regole tutte sue, dove la concezione di spazio e di tempo non segue le stesse logiche del mondo esterno.
Lucia B., condannata alla pena dell’ergastolo, ha messo piede in carcere quando era 31enne. In 18 anni ne ha visti di cambiamenti: quelli personali, come quelli normativi. A partire dalla possibilità di tingersi i capelli, una delle prime domande che le abbiamo posto. Poiché la dignità umana, come è noto, la costruiscono i dettagli. “Quando sono arrivata qui dentro, nel 2007, non solo non era possibile introdurre il colore per i capelli, ma nemmeno i trucchi. Era vietato per ragioni di sicurezza avere anche la tenda alla finestra. Tanto che con le altre compagne di cella utilizzavamo il telo doccia che ci forniva l’amministrazione per ripararci dal sole”.
Le successive circolari dipartimentali, seguendo le linee guida ministeriali, hanno via via ammorbidito il regime carcerario, umanizzandolo. Così assieme ai cosmetici, alle donne è stata anche consentita la scelta della tipologia di assorbenti da acquistare. Non più soltanto quelli distribuiti dal carcere, ma la possibilità di deciderne il modello in base ai propri bisogni. “Negli anni sono poi arrivate le borse frigo coi refrigeranti, senza più essere costrette a bere acqua calda anche in estate”, prosegue. “Così come è stato concesso ridipingere le celle con vari colori, rendendole meno punitive”. Una sempre crescente attenzione alla femminilità, in un luogo pensato originariamente per uomini.
Resta, dal racconto di Lucia B., un luogo sul quale la società mantiene uno sguardo obliquo e diffidente. “In passato era un tabù, non venivano coinvolte le associazioni, le scuole per far conoscere le nostre dinamiche interne. Dal 2013, con l’apertura delle celle, abbiamo avuto modo di muoverci e socializzare: dalle 8 alle 18, oggi, circoliamo nella nostra sezione con le stanze aperte. Da una situazione di estrema rigidità, a una di maggiore interazione: prendere un caffè in una cella o nell’altra, la possibilità di pranzare assieme. Maggiore autonomia: la doccia che posso fare due o tre volte nella stagione estiva, che prima mi era invece concessa soltanto in orari prestabiliti e una sola volta. Piccoli benefici, ma rivoluzionari, che da fuori forse non vengono colti”.
Lucia Bartolomeo, oggi 49enne, lavorava come infermiera al momento dell’arresto. “È stato difficile adattarmi, soprattutto con la consapevolezza di dover scontare una pena infinita. Ho dovuto fare un lavoro su me stessa, aiutata dagli operatori e dal cappellano del carcere”. Ci ha parlato della rabbia, “di quando ti rendi conto di aver trascinato la tua famiglia che, fino a quel momento, non aveva mai avuto a che fare con la giustizia. E poi le conseguenze su mia figlia, all’epoca una bimba di 5 anni, oggi laureata in Scienze criminologiche e Mediazione culturale”. La figlia è stata allontanata da casa con un decreto del Tribunale dei minori, ma ha potuto vedere la propria madre durante i colloqui: “la incontravo in una stanza adibita appositamente per non far pesare ai bambini il carcere”, prosegue la 49enne che, da un anno, gode di un regime di semilibertà, dopo aver attraversato l’iter graduale di reinserimento sociale. Lavora ormai da 15 anni in “Made in Carcere”, la sartoria che produce borse e accessori sia all’interno, che all’esterno della casa circondariale: lei che non aveva mai preso un bottone in mano prima di quel momento.
“Esco alle 7 del mattino per andare al lavoro. Dopo otto ore raggiugo un domicilio che mi è stato assegnato su Lecce, in una apposita struttura che riceve detenuti con permesso. Qui posso svolgere attività risocializzanti e, molto più spesso, il disbrigo di pratiche. Chiedo licenze premio ai magistrati, ogni due mesi circa, per poter raggiungere i miei cari nella cittadina in cui vivono. Nel fine settimana sono loro a raggiungermi su Lecce. Il distacco dalla famiglia è una delle sofferenze indescrivibili: all’inizio vivi in funzione del colloquio settimanale che sembra non arrivare mai”.
Com’è il rapporto fra detenute? Hai mai avuto problemi qui dentro? “Qui c’è un po’ di tutto, ma io ho sempre legato di più con le compagne di laboratorio e poi di sartoria. L’amicizia in carcere è una parola grossa: sono delle conoscenze, ma allo stesso tempo legami che supportano le fragilità. Ora sono da sola in cella, ma quando per esempio eravamo in tre, vi erano difficoltà legate allo spazio: se una era in piedi, le altre erano costrette a stare sedute e viceversa. I vestiti spesso restavano in borsa sotto il letto, perché non c’era sufficiente posto nell’armadietto”.
Che cosa chiederesti, che cosa è importante oggi per un detenuto, le chiediamo. “Il lavoro. Se fuori è fondamentale, qui vale il doppio. Serve a restituirti il contatto con la realtà. Una certa continuità con la vita esterna. Un’ancora alla normalità. Vorrei che più aziende investissero sulle persone recluse, intendo su coloro che meritano per aver fatto un percorso riabilitativo. E poi chiederei un aggiornamento digitale: qui tutto si ferma. Pur non avendo telefoni o computer, sarebbe utile almeno essere informati su ciò che sta accadendo fuori: conoscere l’esistenza di Facebook, di Whatsapp, per esempio, in modo da non sentirsi spaesati. Come mi capitava le prime volte che varcavo il cancello, dove avevo difficoltà ad attraversare la strada: altre regole, le auto che sfrecciavano, lo spazio immenso”.
Saverio L., 37enne barese, è detenuto da cinque anni: dopo la reclusione nel carcere della sua città e poi Turi, è arrivato in quello leccese. In cella ci era finito altre quattro volte, la prima a 18 anni, per una rapina in un supermercato, a Sannicandro. Poi si è messo a lavorare per una ditta nel campo della termoidraulica, con una figlia oggi 18enne. Poi sono arrivati gli altri due e, infine, il quarto: che gli ha cambiato la vita definitivamente. Ad averlo portato in un istituto penitenziario per l’ultima volta è stata la violazione dell’obbligo di firma al quale era sottoposto. E tu perché non ci andavi? “Avevo tre bambini e una testa un po’ così. Quando poi ho preso tra le braccia il piccolo, che oggi ha 4 anni e mezzo con seri problemi ai reni, ho chiuso con una certa vita”.
Nel carcere di Lecce ha cominciato a consegnare i pasti agli altri detenuti della sua stessa sezione. “Ma quella mansione non permette di guadagnare molto. Sono altri i lavori qui dentro che consentono di mandare soldi alla famiglia: muratori, cuochi manutentori specializzati”. Come ti sei organizzato economicamente per il futuro? Quanto guadagni adesso? “Intanto ho seguito un corso all’interno del carcere per creare e curare i giardini e il verde pubblico. Ora mi occupo delle pulizie degli uffici della casa circondariale, dell’area esterna. Per circa 900 euro netti che invio ai miei cari”. Saverio L. ci racconta che la sveglia è fissa alle 5 e mezzo: un caffè, la doccia (ha il bagno in una grande cella, che condivide con altri due detenuti in un padiglione nuovo e dotato di riscaldamento a pavimento). “Alle 6.45 cominciamo a ripulire i vari blocchi, la sala colloqui, i bagni e poi gli uffici”.
Ma confessa una grande paura: quella di non riuscire a trovare un impiego una volta fuori (probabilmente nel 2030). “Se sei un ex detenuto, difficilmente ti considereranno. Qui si ha tanto tempo per pensare e a volte, steso sul letto, penso alla paura per le mie figlie: quando troveranno un fidanzato in futuro, conosceranno i possibili suoceri e potrebbero essere imbarazzate per il mio passato. Per colpe mie, stanno soffrendo altri: penso anche a mio figlio e a tutte le volte al termine dei colloqui in cui mi dice “Stai con me, non te ne andare”. Ogni quanto lo incontri? “La mia famiglia mi raggiunge a Lecce ogni due settimane: in treno o, molto più spesso, con un’auto a noleggio. Mia moglie di solito si fa accompagnare dal piccolo o dalla mia figlia più grande, oggi 18enne. Ma ho anche a disposizione una telefonata al giorno da dieci minuti, avendo figli minorenni”. Anche lui, a 37 anni, vede nel lavoro la salvezza: sia all’interno, dove si ha la possibilità di essere impiegati a rotazione, poiché le mansioni non bastano per mille e 200 persone, sia una volta scontata la pena. “Più corsi e maggiori possibilità di reinserirsi”, conclude.
Alla sua porta la giustizia ha presentato il conto quando si era ormai tirato fuori dalle dinamiche criminali delle rapine, fatte più per emergere e perché “voleva essere un duro”, più che per reale bisogno di denaro. È finito in cella che era intanto diventato un operatore socio sanitario Giovanni V., 35enne barese, trasferito a Lecce nel settembre del 2021 per un cumulo pena per fatti del 2008 e 2009. “Padre di un figlio oggi 16enne, mi ero intanto sposato con la mia nuova compagna e avuto un secondo bambino: ha 7 anni e purtroppo un disturbo autistico”.
Davanti a questo terremoto psicologico, proprio nel momento in cui la tua vita sembrava aver preso la piega giusta, che cosa hai pensato? “Che dovevo comportarmi bene, per cercare di uscirne il prima possibile. Così mi sono iscritto subito a scuola (la sezione dell’Olivetti, all’interno del carcere), dove ho concluso il biennio dell’istituto commerciale. Ho imparato l’arte da barbiere e ora lavoro in Infermeria dove mi occupo delle pulizie degli spazi dell’area ambulatori”.
Oltre allo studio e al lavoro, V. è uno dei detenuti che ha seguito un corso di teatro con l’Accademia Ama, andando in scena con lo spettacolo “La regina resta”. Lui e il resto della compagnia Papillon sono infatti saliti sul palco recitando più volte per gli stessi ospiti di Borgo San Nicola, poi per i famigliari e per gli esterni. “Non avrei mai pensato in vita mia che sarei finito in una compagnia teatrale”. Quando uscirai da qui, continuerai col teatro? Come fai a essere sicuro che non ricascherai nel mondo dell’illegalità? “Avevo già scelto, lasciando quella strada 16 anni fa. Ma continuare con questo hobby sarebbe duro: ora mia moglie fa la parrucchiera, fortunatamente abbiamo una casa dove vive anche il mio figlio maggiore. Ma la priorità sarà la ricerca di un lavoro: il mio sogno sarebbe poter fare l’oss, cercherò un impiego in una Residenza sanitaria, sebbene il mio sogno resti lavorare in un ospedale”.
“Mia moglie è un pensiero fisso, mi manca, mi manca anche fisicamente. Peccato che non siano previste le “stanze dell’amore” come in alcuni istituti di altri Paesi dove potersi almeno abbracciare in intimità. Le scrivo infatti spesso delle lettere, sebbene venga a trovarmi. Ma mi piace l’idea che lei attenda le parole come un tempo. Ho un grande debito e sono preoccupato a saperla da sola. Come sola è mia madre, rimasta vedova lo scorso 3 gennaio. Un momento terribile in cui ho realizzato di aver perso mio padre. Ma l’amministrazione carceraria ha predisposto la scorta e sono stato così accompagnato dalla polizia penitenziaria alla messa, in una chiesa di Bari, per l’ultimo saluto. Sono riconoscente per la vicinanza che ho ricevuto qui dentro in quel momento, davvero da tutti: dalla direzione, altri a detenuti”.
Anche per te, economicamente, non deve essere facile. Quanto si spende qui dentro? “Le spese che ci riguardano sono quelle relative alle sigarette e alla spesa, che ordiniamo su una specie di tablet e che ci viene consegnata il lunedì successivo: non tutti amano servirsi del menu del giorno, allora è frequente cucinare in cella. Si divide con i coinquilini. Piuttosto, il denaro mi servirà una volta uscito, perché tra due anni ci saranno a breve distanza il 18eesimo compleanno del mio figlio maggiore e la prima comunione del piccolo: a me la famiglia ha garantito le feste quando ero bambino, ora voglio siano garantite anche a loro”.











