sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Andrea Aufieri

Gazzetta del Mezzogiorno, 9 giugno 2026

Le storie di chi ha perso la vita in una cella del penitenziario di Lecce. Un detenuto straniero di 35 anni morto per impiccagione; un egiziano di 26 anni deceduto dopo un gesto suicidario; un italiano di 39 anni morto per possibile abuso di farmaci; un quarto decesso richiamato da Antigone nel bilancio degli ultimi due mesi. Prima delle statistiche nazionali, prima dei numeri sul sovraffollamento, ci sono queste quattro storie e il contesto che le accomuna. Nella casa circondariale di Borgo San Nicola la situazione fuori controllo si conosce da mesi ma è ferma in uno stallo inaccettabile. Il 35enne suicida viveva una condizione di forte marginalità, senza fissa dimora, privo di una rete stabile di sostegno. Da Lecce era transitato a Taranto e riportato a Borgo San Nicola. Maria Mancarella, garante del Comune per le persone private della libertà personale, racconta che gli operatori che lo seguivano, lo descrivevano come “una persona fragile, fondamentalmente buona, molto affettuosa”. Educatrice e psicologa, che lo avevano avuto in carico, avevano costruito con lui “un rapporto umano intenso”.

Il 21 maggio muore un altro detenuto. Ha 26 anni, è egiziano, viveva per strada; anche la compagna si trovava nella stessa condizione. Si trovava nel reparto precauzionale. Secondo quanto riferito da Mancarella, la dinamica resta da chiarire, non è accertata un’impiccagione: “Il giovane sarebbe stato trovato ancora vivo, con un cordino appoggiato al collo, e il decesso sarebbe sopraggiunto durante i soccorsi del 118”. Resta aperta anche l’ipotesi dell’ingestione di sostanze. L’autopsia dovrà chiarire le cause esatte. La sua storia sembra già sentita: “Un ragazzo attraversato da gravi problemi esistenziali ed economici, da un disagio psicologico profondo maturato dentro una vita di precarietà estrema. Non risultano ufficialmente tossicodipendenza o patologie psichiatriche, ma emerge una vulnerabilità sociale radicale”.

Il terzo caso riguarda un detenuto italiano nato nel 1986, originario di Galatone. Il compagno di cella aveva parlato con lui la sera prima di addormentarsi. Al mattino non si è più svegliato. L’ipotesi è quella di un abuso di farmaci. C’è poi un quarto decesso, richiamato da Maria Pia Scarciglia, presidente di Antigone Puglia nel bilancio di Borgo San Nicola sul quale non si hanno dati, ma la cornice è quella di un istituto che ospita 1.419 detenuti a fronte di 787 posti regolamentari. Il tasso di sovraffollamento supera il 180 per cento. Il sovraffollamento modifica la qualità concreta della detenzione: riduce gli spazi, comprime i tempi dell’ascolto, aumenta il carico di lavoro del personale, moltiplica tensioni e difficoltà operative.

Il personale lavora in una condizione di forte pressione. I dati forniti dalla garante indicano 578 operatori di polizia penitenziaria su un fabbisogno di 742. In alcuni blocchi detentivi, soprattutto durante i turni notturni, due agenti si trovano a sorvegliare circa 270 detenuti distribuiti in quattro sezioni collocate su piani differenti. “Un’emergenza sanitaria o un evento critico possono richiedere tempi lunghi di individuazione e intervento” in queste condizioni, chiarisce Mancarella.

La situazione sanitaria costituisce un ulteriore nodo critico. Mancarella in una nota parla di “grande stallo” nell’area medica. L’Asl di Lecce incontra difficoltà nel reperire professionisti disposti a lavorare in ambito penitenziario; i bandi per medicina interna e specialistica continuano a non produrre risultati. Durante una visita nel reparto femminile di alta sicurezza, la garante ha raccolto decine di segnalazioni sulla mancanza di un medico stabile: visite saltuarie, ritardi nei risultati degli esami, incertezza sulla disponibilità dei farmaci.

Il tema delle sostanze attraversa più di un episodio. Scarciglia segnala la disponibilità di stupefacenti all’interno del carcere e le ricadute che questo produce sulla vita quotidiana della popolazione detenuta. L’associazione richiama, inoltre, la carenza di psicologi, assistenti sociali, mediatori culturali e linguistici. In un istituto con una presenza significativa di detenuti stranieri, questi profili professionali svolgono una funzione essenziale. Il fenomeno non riguarda una popolazione indistinta, sottolinea Scarciglia. Dentro il carcere si concentrano sempre più spesso “persone collocate nelle fasce più fragili della società: stranieri, senza dimora, individui privi di reddito stabile, con reti familiari deboli o assenti, segnati da povertà materiale, dipendenze, isolamento linguistico e culturale”.