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di Valentina Murrieri

lecceprima.it, 25 febbraio 2025

Dopo aver diretto altri istituti penitenziari della Puglia, dal marzo del 2022 Mariateresa Susca è alla guida di quello leccese. L’abbiamo incontrata per affrontare i temi del sovraffollamento, del crescente numero dei suicidi e, più in generale, della finalità rieducativa e risocializzante cui la pena deve tendere. Con la sua popolazione di circa mille e 200 persone, quello di Borgo San Nicola è il più grande istituto penitenziario della Puglia. Degli ospiti una novantina di sesso femminile: sessanta nel circuito media sicurezza, le restanti in quello alta sicurezza, circuito quest’ultimo che ospita anche circa 200 uomini. Una “città nella città”, come lo definiscono le stesse persone detenute (e di cui riferiamo in un articolo a parte). Una realtà solo immaginata dagli abitanti di Lecce, resa distante non tanto dalle grosse mura di cemento armato, quanto dai tabù che spesso ne orlano il racconto.

Una comunità fatta di detenuti in attesa di giudizio, altri condannati, altri con posizione giuridica mista. E poi c’è il circuito dei cosiddetti precauzionali tra i quali si annoverano i “sex offender”, il reparto infermeria, che ospita persone in carico al Servizio di psichiatria e chi, affetto da patologie organiche, stabilmente o temporaneamente necessita di maggiori cure sanitarie, e l’Articolazione di tutela della salute mentale per la presa in carico delle persone in stato di detenzione alle quali viene diagnosticata una patologia psichiatrica ai sensi degli articoli 111 e 112 del regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario.

In occasione della recente inaugurazione dell’anno giudiziario il capo della Procura di Lecce, Giuseppe Capoccia, ha sottolineato l’annoso problema del sovraffollamento carcerario, che va a miscelarsi, in una tempesta perfetta, con l’altra criticità: la carenza di organico in carcere, agenti penitenziari in primis. Ne abbiamo parlato direttamente con la direttrice del carcere di Lecce, Mariateresa Susca: dopo anni di direzione di altri istituti di pena della regione, dal 2022 è alla guida della casa circondariale di Borgo San Nicola.

Direttrice, ne ha parlato di recente anche il procuratore generale Capoccia, ma lo denunciano spesso i parlamentari in visita nel carcere, l’associazione Antigone e i sindacati della polizia penitenziaria: come si fa ad amministrare un istituto con oltre 400 ospiti in più rispetto alla sua capienza?

“Le criticità e le difficoltà che quotidianamente affrontiamo sono comuni a tutti gli istituti penitenziari del territorio nazionale. Certo l’istituto leccese, il più grande della regione, ha una struttura organizzativa particolarmente complessa- 1200 persone detenute ed un organico di circa 650 unità, tra polizia penitenziaria e personale del Comparto funzioni centrali- che rende la situazione altrettanto difficile. Il sovraffollamento incide pesantemente su tutte le attività organizzate a favore della popolazione detenuta e su tutti i servizi, sia quelli di vigilanza che amministrativi, a causa, anche, delle gravi carenze organiche. L’amministrazione centrale sta compiendo ogni sforzo possibile per potenziare gli organici favorendo nuove assunzioni, è di gennaio un nuovo bando di concorso per più di 3mila unità di agenti, tuttavia i numeri dei collocamenti in quiescenza sono ancora superiori rispetto alle nuove assegnazioni, nell’anno 2025, 45 saranno i pensionamenti nelle file della Polizia penitenziaria dell’istituto leccese.

Ad essere penalizzato è il livello di attenzione che l’istituzione deve rivolgere alla persona detenuta ed alle sue esigenze, la qualità delle relazioni, le opportunità trattamentali, i livelli di sicurezza, a fronte di carichi di lavoro sempre più gravosi. È grazie all’impegno, alla professionalità ed al lavoro che va ben oltre l’ordinario di tutto il personale - polizia penitenziaria, funzionari giuridico pedagogici, personale addetto ai diversi settori operativi dell’area contabile, cappellano ed operatori che a vario titolo collaborano con la direzione - che riusciamo a gestire e contenere le criticità, raggiungendo anche risultati importanti.

Anche l’ottimo rapporto con tutte le istituzioni del territorio, sensibili ed attente alle problematiche ed esigenze del penitenziario, e la collaborazione di enti e associazioni particolarmente attive e propositive rispetto ad iniziative a favore della popolazione detenuta, facilita ed agevola il lavoro e contribuisce a far sì che il carcere venga percepito e vissuto come una realtà del territorio, perché è lì che il detenuto ritornerà quando avrà terminato di espiare la pena. Il tempo della pena ha senso se si lavora affinché la persona detenuta possa cogliere ed interiorizzare il valore del rispetto delle regole, acquisire consapevolezza e fiducia nelle proprie potenzialità, così da rivedere il proprio passato criminale e “costruire un futuro diverso”. E questo è possibile solo se si pone alla base delle azioni la centralità della persona detenuta e dei suoi diritti, se si è convinti che il cambiamento sia possibile, se il carcere, istituzione totale, ha il coraggio di negare la sua stessa natura, costruendo una rete di relazioni positive.”

Nelle recenti visite istituzionali, come quella della senatrice Ilaria Cucchi, è emerso un uso massiccio di psicofarmaci legato ad un profondo disagio psicologico in carcere…

“L’impatto con il carcere è indubbiamente traumatico, non si può negare che dal punto di vista psicologico non sia un evento destabilizzante che può portare alla comparsa di patologie, ad esempio di natura depressiva, e questo sia nella prima fase, quella dell’ingresso, che nel corso della detenzione, nei momenti ad esempio di particolare fragilità a causa del verificarsi di eventi negativi nella vita personale o familiare del detenuto, ma credo che per affrontare un problema, come quello dell’uso degli psicofarmaci in carcere, così come qualsiasi altro problema venga rilevato in carcere, e non sono pochi, occorra partire da chi entra in carcere, da chi il carcere “accoglie”. Molte le persone affette da dipendenze da droga, alcool e/o farmaci, in aumento i soggetti a cosiddetta. doppia diagnosi (persone che presentano oltre alla dipendenza patologica anche disturbi psichiatrici come gravi disturbi di personalità), in aumento i soggetti con patologie psichiatriche anche gravi. Se il disagio e la marginalità non si affrontano all’esterno del carcere in modo adeguato possono portare alla commissione di reati ed allora al carcere si chiede di gestire situazioni complesse e addirittura risolverle. I servizi specialistici all’interno del carcere si occupano della presa in carico di queste persone, attivano i protocolli di cura e assistenza, interagendo con gli operatori penitenziari per la definizione di piani di trattamento individualizzati. La cura farmacologica è accompagnata da interventi di sostegno mirati che possono prevedere anche il coinvolgimento in attività lavorative e laboratoriali a fini ergoterapici. Ma anche in questo ambito occorre fare i conti con la carenza di personale sanitario, e spesso con l’impossibilità di prevedere percorsi all’esterno del carcere o nel corso dell’esecuzione penale o al termine della pena, pensiamo a coloro che devono essere collocati nelle Rems e che nel frattempo restano in carcere per indisponibilità di posti e lunghe liste di attesa, o a coloro che privi di riferimenti familiari non possono essere collocati in comunità per problemi legati al rimborso delle rette.”

Riuscite ad individuare anche quelle avvisaglie di inclinazioni al suicidio, altra piaga che affligge le carceri?

“Ricordo un detenuto segnalato per i suoi comportamenti oppositivi, sintomo di un forte disagio, che abbiamo agganciato grazie al coinvolgimento in un corso di Tai - Chi (iniziativa particolarmente interessante per i 10 detenuti partecipanti), o ancora detenuti che in momenti di particolare fragilità sono stati coinvolti in attività laboratoriali, come ad esempio la creazione di manufatti o gruppi di lettura e scrittura creativa … L’osservazione e l’ascolto dei detenuti da parte degli operatori fornisce elementi preziosi nella prevenzione del rischio suicidario, in alcuni casi le segnalazioni sono giunte anche dai compagni di cella, preoccupati per uno stato di prostrazione o prolungata e sospetta inattività o dagli stessi familiari allarmati per una mancata telefonata o un tono di voce più triste del solito. E poi c’è il Protocollo per la prevenzione del rischio suicidario tra Direzione e Asl che agisce sulle situazioni rispetto alle quali si è manifestato un evento o una richiesta di aiuto o in cui si è riscontrata una criticità e che prevede frequenti riunioni di staff multidisciplinare. Massima l’attenzione inoltre per i cc.dd. detenuti invisibili, coloro che all’atto dell’ingresso non hanno manifestato particolare disagio, e che continuano a non manifestarlo nel prosieguo della detenzione, che non verbalizzano ideazioni suicidarie, né compiono gesti autolesivi ma abbiano ridotti o nulli contatti con l’esterno, o vivano la detenzione autoisolandosi: non partecipano ai momenti di socialità con gli altri detenuti, mostrano indifferenza per le attività, non richiedono colloqui con gli operatori.”

Droga e cellulari introdotti in carcere tramite i droni...

“Un fenomeno che purtroppo riscontriamo con sempre maggiore frequenza è l’introduzione di sostanze stupefacenti e telefoni cellullari mediante l’utilizzo di droni; l’amministrazione sta adottando contromisure per impedire tale illecita introduzione che desta particolare preoccupazione ed il comando e tutto il personale di polizia penitenziaria è costantemente impegnato, pur con le difficoltà dovute alla carenza di organico, nelle attività di contrasto al fine di ridurre il rischio di eventi critici che possano pregiudicare l’ordine e la sicurezza interna.”

Dalle chiacchierate con i detenuti è emerso il ruolo salvifico del lavoro. Troppo poco però perché a rotazione ed emerge la paura di non riuscire a trovarlo una volta scontata la pena...

“Indubbiamente il lavoro è uno degli elementi del trattamento sul quale occorre investire sempre più energie e risorse. Consente al detenuto di sottrarre il tempo all’ozio, sperimentare il rispetto delle regole e l’impegno, avere la possibilità di non essere un peso per la famiglia, anzi riuscire in taluni casi anche a contribuire in parte alle esigenze della propria famiglia ed imparare un mestiere. Nell’istituto di Lecce le attività lavorative alle dipendenze dell’amministrazione consentono il funzionamento di servizi come le cucine, i magazzini, la manutenzione ordinaria del fabbricato, gli acquisti dei generi consentiti da parte dei detenuti che facciano richiesta e poi ancora tutte le attività di pulizia ed altro. Sono lavori a rotazione, ogni 4 mesi per i lavori generici ed annualmente per quelli specifici, non consentono nella maggior parte dei casi l’acquisizione di competenze spendibili nel mercato del lavoro, e sono sempre troppo pochi, circa 360, rispetto alla popolazione complessiva ed alle richieste pressanti e numerose. Vi è poi il laboratorio di falegnameria, dove sono impiegati 10 detenuti che si occupano della realizzazione degli arredi delle camere di pernottamento di cui necessita l’istituto leccese, ma anche altri istituti penitenziari. Questa attività fa sì che il detenuto acquisisca specifiche competenze ed abilità anche perché il laboratorio è dotato di macchinari all’avanguardia per il cui uso è stata organizzata una formazione mirata. Infine sempre in tema di lavoro vi sono le attività alle dipendenze di ditte esterne, qualificanti e formative: un laboratorio di rigenerazione di router, il Made in Carcere, borse e accessori con tessuti di riciclo, un panificio ed anche la produzione di prodotti ortofrutticoli coltivati nelle nostre serre. Sono esperienze estremamente interessanti ed utili anche perché consentono di creare un ponte con l’esterno. I detenuti assunti, quando ricorrono le condizioni previste dalle norme, hanno la possibilità di essere ammessi ai sensi dell’art.21 dell’ordinamento penitenziario, alle medesime attività anche all’esterno del carcere, vi è una progressione graduale nel trattamento che consente di sperimentare il soggetto fuori dal carcere, di verificare che il detenuto sappia corrispondere alla fiducia accordatagli rispettando le regole, di rinforzare la sua motivazione ed agire positivamente sulla sua autostima. In questo momento sono al vaglio della Direzione altre proposte che ci auguriamo possano concretizzarsi.”

Puntare sulla formazione incide sul reinserimento. Ma risulta davvero efficace per la rieducazione e contro il pericolo di recidiva?

“La formazione al pari del lavoro costituisce una valida opportunità trattamentale attraverso la quale poter perseguire la rieducazione, e direi meglio l’educazione del detenuto, ed il reinserimento sociale. Il carcere di Lecce è Polo Universitario, nel 2022 a seguito del Protocollo istitutivo è stata inaugurata un’aula universitaria. I detenuti iscritti a diverse facoltà sono al momento 21 e vi sono stati anche un paio di detenuti che hanno conseguito il diploma di laurea. Inoltre l’istruzione scolastica è garantita in collaborazione con l’Istituto Tecnico Olivetti ed il Cpia. Al momento non vi sono corsi di formazione professionale ma presto verrà avviato un corso di pizzaiolo, e vi sono interlocuzioni con la Scuola edile per poter avviare corsi per il conseguimento di qualifiche professionali. Nell’anno 2023 in collaborazione con la Regione Puglia un interessante corso di formazione per falegnami che ha visto coinvolti 110 detenuti, alcuni dei quali hanno avuto l’opportunità di lavorare all’interno del laboratorio di falegnameria. Anche sul fronte della formazione si deve investire sempre di più perché è di tutta evidenza che l’ottenimento di una qualifica professionale possa offrire una opportunità lavorativa al termine della pena. Le attività trattamentali, siano esse lavorative o altro, favoriscono e costruiscono le buone relazioni, stimolano percorsi di revisione critica e rivisitazione del proprio passato. Certo i numeri della recidiva sono sconfortanti ma io credo di dover lavorare concentrandomi su cosa possa fare oggi, su come sia possibile migliorare il tempo che il detenuto deve trascorrere all’interno del penitenziario, e le sue condizioni, stimolando ruoli e dinamiche basati sul rispetto della persona, sulla condivisione e sullo scambio e non sulla forza, sul controllo, sulla sfida e sulla violenza”.