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di Rita De Bernart

quotidianodipuglia.it, 15 novembre 2025

“L’addio alla finanza per stare tra gli ultimi”. Luciana Delle Donne, leccese, ideatrice del progetto “Made in Carcere” da 19 anni dedica la sua vita, le sue competenze e l’esperienza maturata nel mondo della finanza, nel promuovere un nuovo stile di vita e creare un modello di economia rigenerativa. Con un grande sogno: generare il Bil, benessere interno lordo, parametro che misura la vera ricchezza umana e sociale. Manager di successo e portatrice sana di speranza e futuro.

 Luciana Delle Donne, avrebbe mai pensato da ragazzina di arrivare a rappresentare tutto questo?

“Sicuramente no, però sin da piccola desideravo fare il medico, prendermi cura delle persone e guarirle. Ma non avevo tanta voglia di impegnarmi nello studio”.

 Nella vita ha dovuto imparare presto cosa vuol dire farcela con le proprie forze, tra la perdita di suo padre e una madre impegnata per mantenere la famiglia. Quanto ha influenzato la sua formazione personale e le sue scelte?

“Beh, cucinare a sette anni per quattro fratelli e per una mamma che aveva un’ora di pausa dal lavoro in banca, mi ha segnato senz’altro. Poi abbiamo vissuto sempre in un contesto di comunità perché mia madre è molto ospitale. Si prendeva cura dei suoi colleghi e li invitava a pranzo; noi abbiamo sempre respirato la generosità, la disponibilità e la cura verso gli altri. La forza della mia infanzia è stata quella di combinare la tristezza e la sofferenza con la gioia di vivere e l’ironia. Carmen, mia madre, a 31 anni e con cinque figli, si è ritrovata da casalinga che non aveva mai visto il mondo, ad affrontare un pezzo di vita difficile e comunque meraviglioso. E questo suo insegnamento ci ha fatto capire che il dolore è una perdita di tempo e spesso non ce lo possiamo neanche permettere. È bello però pensare che viviamo anche per le persone che non ci sono più: il loro ricordo, le loro esperienze, ci aiutano ad indirizzare il nostro percorso di vita”.

 Ci vuole un pizzico di sana follia o tanta voglia di volare per lasciare una poltrona di successo e imbarcarsi in un’avventura così ambiziosa; hai incontrato pregiudizi?

“Più che pregiudizi, disagi, perché chiaramente la comodità di vedere dall’alto il mondo ti solleva da tante sofferenze. Però il mondo vero è quello tra la folla. E io, in quello ovattato e comodo non riuscivo più a trovarmi. Sentivo proprio il bisogno di aiutare le persone bisognose. Mi mancava il contatto proprio con la folla. Lavorando 10-12 ore al giorno con la collana, gli orecchini di perle, i gemelli ai polsi delle camicie, i famosi tailleur rigati, ero parte di quella stanza dei bottoni che influenzava il cambiamento ma anche la ricchezza di pochi. Provocatoriamente, allora, ho deciso di pagare per lavorare, e ho scelto la strada del volontariato. Dedicarmi agli ultimi, agli invisibili: ho pensato subito ai bambini per poter trasmettere la gioia di vivere e l’entusiasmo che ho avuto nonostante orfana di padre a sei anni e mezzo”.

 Quando è scattato il desiderio di fare qualcosa di concreto per le donne in carcere?

“Quando ho capito che era complicato attivare un asilo, che era il mio primo obiettivo. Senza immaginare poi quanto fosse complesso entrare in un carcere. Ma ho pensato fosse più facile occuparmi di quelle mamme che avevano lasciato i figli fuori dal carcere. Aiutare loro significava aiutare anche il resto della famiglia, in particolare i figli”.

 Che tipo di difficoltà ha incontrato prima di arrivare all’affermazione, alla partnership con maison blasonate e ai riconoscimenti?

“Non mancano mai le delusioni o i fallimenti, chi genera cambiamento e costruisce innovazione ha sempre tutti contro. Molti hanno paura del cambiamento e sono rinchiusi nella loro comfort zone. Siamo stati pionieri del lavoro in carcere utilizzando materiali di recupero. Da una parte c’era il mercato curioso di questa nuova esperienza, anche se non è stato facile sdoganare la parola carcere; dall’altra le istituzioni: il sistema carcere non era abituato, soprattutto al sud, a mettersi a disposizione per il lavoro. Continua peraltro ad esserci sempre il problema del sottodimensionamento delle risorse, contro il sovraffollamento dei detenuti, quindi è veramente complesso; le direzioni e la polizia penitenziaria sono però nostri compagni di viaggio e ci sostengono. Nonostante le tante difficoltà il nostro è diventato un modello sistemico di riferimento”.

 Il volontariato l’ha portata anche a rinunciare al reddito...

“Ho vissuto diversi anni percependo solo 400 euro al mese ma questo percorso è una sorprendente esperienza, perché si riesce a comprendere sino in fondo cosa significa ricchezza o povertà interiore. A volte si è molto più poveri dentro. Da qui l’idea di generare benessere anche in questi luoghi di detenzione: noi parliamo di bil, benessere interno lordo. Un valore che misura la ricchezza interiore e il bene che si compie e che si riceve. A questo scopo, abbiamo realizzato un’impresa considerata impossibile: arredare le celle come fossero case, con arredi eleganti e mobili antichi, a testimonianza del fatto che le donne, all’interno di questi luoghi, svolgono un percorso ricostruttivo. E la cura e la bellezza aiutano a trasformare il rancore e la durezza in speranza”.

 Cambiando argomento ma restando sulle emergenze della condizione femminile: cosa pensa della modifica alla legge sulla violenza sessuale?

“Le leggi sono molto importanti, ma sono il comportamento e l’educazione, con gli esempi concreti, che generano la sostanza. Stiamo vivendo anni molto bui, con esempi spesso negativi legati all’individualismo, all’egoismo e alla mancanza di rispetto. È necessario dunque affiancare alle leggi anche l’educazione a scuola tra i ragazzi”.

 Nella sua vita personale e lavorativa si è mai sentita in carcere?

“No mai, magari su una giostra in movimento e da cui non poter scendere”.

 Il suo è un impegno totalizzante. Le resta del tempo per sé? Le manca qualcosa?

“Sì, totalizzante. Pensavo di lavorare meno andando via dal mondo della finanza, invece in ciò che facciamo c’è sempre bisogno di completare qualcosa o di cominciarne una nuova, e la seconda ipotesi mi affascina ovviamente molto di più. Chi fa innovazione e ha una visione, e una sensibilità, di ciò che potrebbe essere utile per il futuro, non si ferma mai: questo atteggiamento è visto come un pregio dagli altri; ma in realtà si fa quasi un torto a sé stessi perché non si ha mai tempo da dedicare, per esempio, anche solo ad una passeggiata al mare d’inverno. Il segreto è apprezzare ogni singolo respiro e ogni singolo attimo di esistenza su questa terra. Io sono particolarmente grata per ogni momento che vivo, sia di gioia che di dolore, perché come diceva mia madre, è tempo che non torna più. Goditelo al massimo-mi diceva-qualsiasi cosa accada è sempre un’esperienza”.