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di Valeria D’Autilia

La Stampa, 4 agosto 2026

In Puglia il primo progetto d’Italia con 14 detenuti. Gli organizzatori: “Per loro è un’occasione di riscatto”. “Dopo tanti anni che stai dentro, chiuso lì, per la prima volta ti senti utile”. Antonio Vadruccio è entrato in carcere a 23 anni. Oggi ne ha 44. Tra poco finirà di scontare la sua ultima pena. Nel frattempo per lui, così come per altri 13 detenuti, la libertà ha il sapore del mare. Per tutta la stagione estiva e sino a metà settembre saranno assistenti bagnanti. “Significa aiutare le persone in difficoltà, rendermi utile nella società”, dice. È un lavoro vero, a tutti gli effetti. Lungo le spiagge del Salento, dove è stato avviato “Io Salvo”, un progetto delle seconde possibilità. Unico in Italia, punta alla loro rieducazione e al reinserimento sociale e lavorativo. Sono stati assunti con contratto nazionale in 8 lidi privati e in un agriturismo.

Dalla cella alla spiaggia. Ogni giorno, prendono l’autobus per raggiungere i vari stabilimenti. San Foca, San Cataldo, Torre Chianca sono alcune delle destinazioni a cui sono stati assegnati. Poi, tutte le sere, fanno ritorno nel carcere di Borgo San Nicola. Uno di loro è stato trasferito a Taranto, in regime di semilibertà. Sentono di aver fatto qualcosa di buono. Antonio ha scontato prima 9 anni, poi è stato nuovamente arrestato con una pena di altri 10. Ha un figlio 17enne. “Quello che più mi pesa è la lontananza da lui e dalla mia famiglia. Ho preso a cuore questa esperienza formativa anche per avere un futuro quando uscirò. Non ho un mestiere e ringrazio davvero chi ci ha dato questa opportunità”, dice rivolto a casa circondariale, prefettura e Confimprese Demaniali.

Un’attenta selezione durante un “recruiting day” per scegliere i profili più adatti dei volontari, poi a marzo l’inizio del corso. Hanno fatto lezioni teoriche nel penitenziario, studiando ordinanze balneari, regole della sicurezza, imparando l’utilizzo del defibrillatore. Hanno ottenuto gli attestati di idoneità per assistenti bagnanti e primo soccorso e, da giugno, hanno iniziato a lavorare nei lidi per vigilare sulla sicurezza della balneazione e, due di loro, in un agriturismo con piscina.

“Per chi ha offeso lo Stato e commesso crimini pesanti - commenta Mauro Della Valle, presidente di Confimprese Demaniali - è un riscatto molto forte. Oggi lavorano su un bene dello Stato come è appunto una concessione demaniale marittima. E poi mettono anche a rischio la loro vita per l’incolumità dei bagnanti. Questo è riscatto”. Molti, nel giorno libero, raggiungono ugualmente gli stabilimenti per continuare la fase addestrativa. Guadagnano 50 euro al giorno per 36 ore settimanali. Durante la pausa pranzo, ne approfittano per una nuotata. Perché il mare è anche terapia. Qui vivono il contatto diretto con i vacanzieri. Molti conoscono la loro storia e non hanno pregiudizi. Con i bambini hanno instaurato un rapporto di fiducia, con gli anziani sono protettivi e spesso li accompagnano in acqua.

Michele Vuolo è entrato in carcere a 18 anni, ora ne ha 37. “Non mi sono mai sentito giudicato dai clienti. Anzi, qualcuno ha promesso di aiutarmi un domani, quando uscirò dal carcere. Partecipare a questo progetto per me significa avere una speranza per il futuro”. In una giornata assolata, nella marina di San Cataldo, ripercorre i suoi errori: “Quello che mi pesa di più è stato perdere la libertà anche semplicemente di uscire la sera. In carcere ho lasciato tutta la mia gioventù”. Nel frattempo, si sta guadagnando la fiducia di tutti e anche l’apprezzamento per come prepara il caffè salentino. “Anche se Michele è barese, lo fa meglio di certi baristi del posto”, confessa il suo datore di lavoro.

Adesso si guarda al futuro, per estendere questo modello ad altri settori produttivi che - come quello balneare - registrano carenza di personale specializzato. In particolare in ambito alberghiero e agricolo. Anche in altre realtà italiane. Per il momento, si punta a replicare l’anno prossimo, ampliando magari alle spiagge libere. Ci sono già alcune richieste per esportare il progetto in altre case circondariali. Francesco Loprino ha 63 anni, è stato arrestato per la prima volta nel 2013. “Sono entrato e uscito più volte. Mia moglie è morta molto tempo fa, ho un figlio di 33 anni che lavora. Un ragazzo a posto. Stargli lontano è dura. Ho perso i miei genitori mentre ero qui. Sono chiuso da tanto, questo progetto è di grande aiuto”. Sino ai 50 anni ha sempre lavorato. “Voglio tornare a farlo”, dice con l’orgoglio di aver acquisito una nuova competenza. Fa progetti, mentre aspetta di uscire dal carcere. Conta i giorni, i mesi, gli anni. “A dicembre 2029”.