di Francesco Oliva
La Repubblica, 25 maggio 2026
La denuncia del Sindacato polizia penitenziaria. Il 21 maggio è stato trovato senza vita un 26enne egiziano; il giorno prima nell’infermeria è deceduto un 39enne di Galatone. Due decessi “per sospetta overdose o per abuso di farmaci” nel carcere di Lecce. Un altro, per impiccagione. Un quarto, ancora, tutto da decifrare. In appena due mesi, tra aprile e maggio. Nel penitenziario di borgo San Nicola, si continua a morire. Gli ultimi decessi, a stretto giro, a distanza di 24 ore. Il 20 maggio, nel reparto di Infermeria, è morto un 39enne di Galatone. Agli arresti, il giovane si trovava per una rapina, il 5 febbraio scorso, in una farmacia, a Seclì. Soffriva di attacchi epilettici che curava con farmaci antispastici. Il malore, i soccorsi, la morte.
Su cui è stata aperta un’indagine. Primo passo: l’autopsia che verrà eseguita da un medico legale. Nel frattempo gli inquirenti hanno chiesto al carcere di poter acquisire la cartella clinica del 39enne. Ventiquattro ore dopo, giovedì 21 maggio, altro decesso: un 26enne egiziano è stato ritrovato privo di vita in cella. A nulla sono serviti i soccorsi. Il giovane era detenuto nel braccio C2 riservato ai reclusi con sentenza definitiva. A breve l’istanza di scarcerazione sarebbe finita al vaglio di un giudice. Nelle ultime telefonate con la sua avvocata, sembrava tranquillo. Con una sola richiesta: poter avviare contatti telefonici con la madre in Egitto. In Italia, infatti, era solo. Lavorava come badante in casa di un anziano, a cui era molto legato, a Lecce. Poi, i problemi: spaccio. E l’arresto. Anche in questo caso sarà l’autopsia a fare luce sulle cause della morte.
I ripetuti decessi, però, rappresentano un’emergenza, snocciolando i numeri più recenti, ora “per una sospetta overdose o per un abuso di medicinali” come denuncia Aldo Di Giacomo, segretario del Sindacato polizia penitenziaria. Le ultime tragedie certificano un dato acclarato ma che si tende a tenere sotto la polvere: “La droga circola in grandi quantitativi specie nelle carceri pugliesi, siciliane, lombarde e campane. I tossicodipendenti - più di 20mila detenuti con problemi di tossicodipendenza o di dipendenza generale, secondo l’ultima rilevazione statistica del dicembre 2025, che rappresentano il 32% del totale - muoiono con maggiore frequenza in carcere rispetto ai decessi che avvengono fuori”.
C’è un dato inquietante, secondo Di Giacomo, ovvero “i tentativi di silenziare i suicidi in carcere al punto da classificare per altre cause e comunque in attesa di accertamento ben 61 decessi dall’inizio dell’anno non hanno alcun significato e sono seccamente smentiti dai sequestri effettuati negli istituti penitenziari che ammontano a 65 chili di sostanze stupefacenti. Di ogni tipo”. Altro dato: “La realtà, difficile da nascondere - spiega Di Giacomo - è che gli istituti penitenziari di fatto sono diventate le più grandi piazze di spaccio nel Paese, più grandi per spaccio persino di Milano, Roma e Napoli. Noi da tempo abbiamo messo in guardia sul nuovo corso della mafia 2.0” che non è certo possibile contrastare con l’assunzione di poche decine di agenti penitenziari, avvenuta con grande enfasi nei mesi scorsi, che restano insufficienti perché a mala pena e non in tutti gli istituti riescono a rimpiazzare i posti degli agenti in pensione”.
Il carcere di borgo San Nicola, da anni, è simile a una polveriera, all’interno si registrano risse, aggressioni, episodi di spaccio. In queste ore, svincolato dalle ultime tragiche notizie che arrivano dall’istituto penitenziario, è intervenuto anche il segretario regionale Fsa Cnpp Spp, Ruggero Damato, che ha voluto denunciare “i turni massacranti, senza riposi e ferie, degli agenti ormai allo stremo. Il carcere, alle porte del capoluogo salentino, ha raggiunto ormai le 1.500 presenze, a fronte delle 800 previste, e “gestire una massa del genere - commenta D’Amato - è una vera e propria impresa”.
Sulle carceri come polveriere, si è espresso lo stesso Di Giacomo. Per il segretario “la proposta del ministro Nordio di coinvolgere il mondo delle comunità per ridurre il sovraffollamento degli istituti penitenziari, per i detenuti che devono scontare gli arresti domiciliari ma non hanno un proprio domicilio e in particolare quelli tossicodipendenti, non può avere alcun effetto tenuto conto che sinora i detenuti tossicodipendenti affidati a comunità sono poche centinaia e non possono essere più numerosi. È necessario - conclude - un piano straordinario mettendo in campo innanzitutto personale medico e paramedico specializzato”.










