lecceprima.it, 4 maggio 2025
Alcuni ospiti della sezione infermeria, lati B e C, lamentano una serie di deficit in un documento inoltrato alle autorità. Chiedono chiarezza e verifiche sulla questione sanitaria in carcere. Sui problemi sanitari nel carcere di Lecce non ci sono solo le rimostranze dell’associazione Antigone, che di recente ha svolto un controllo nell’istituto penitenziario di Borgo San Nicola, ma anche un esposto che ha raggiunto, fra gli altri organi, la Procura di Lecce. A firmarlo sono stati ventinove detenuti, nelle vesti di pazienti dei lati B e C del reparto d’infermeria. Nel documento sono citati, fra l’altro, con nomi e cognomi, tre recenti episodi di decesso nel tato C che, a loro avviso, si sarebbero potuti evitare.
Botta e risposta fra Antigone e Asl - Andando con ordine, proprio negli ultimi giorni, dopo aver sondato il campo, ascoltando diversi detenuti, l’associazione Antigone ha emesso un comunicato stampa in cui ha riassunto tutte le presunte carenze rilevate, anche piuttosto gravi, a partire dalla scarsità di personale sanitario. A stretto giro l’Asl di Lecce ha fornito una risposta pubblica, per illustrare tutte le misure in atto e provare a sgombrare il campo da dubbi e sospetti; tuttavia, Antigone ha subito controreplicato, sostenendo che tutte le mancanze evidenziate sarebbero oggettive e verificate.
La questione, ora, si riaccende per via di un esposto che viaggia indistintamente dai controlli svolti da Antigone. Redatto a mano il 19 aprile scorso, ha raggiunto undici giorni dopo (dunque, il 30 del mese) la Procura, il presidente del Tribunale di sorveglianza, Maria Mancarella (garante dei detenuti presso il Comune di Lecce), e gli avvocati Raffaele Benfatto e Maria Francesca Conserva, questi ultimi due chiamati a curare le sorti dell’esposto.
L’esposto: ventinove le firme - Sono ventinove, come detto, le firme apposte in calce al documento, in cui i sottoscrittori chiedono opportune verifiche affinché si assumano provvedimenti a loro tutela. Si tratta di ospiti del penitenziario in precarie condizioni di salute e residenti in varie località italiane: alcuni leccesi e delle province di Taranto, Bari e Foggia, ma anche lucani, napoletani, calabresi, siciliani, un reggiano e polacco. Nell’esposto si fa riferimento, per esempio, al fatto che sarebbero reclusi per venti ore al giorno, cioè con quattro ore d’aria e, comunque, senza le otto ore di apertura delle celle, e che per loro non sarebbero previste attività di istruzione e ricreative, contravvenendo quindi all’articolo 27 della Costituzione (con il particolare riferimento, evidentemente, al fatto che le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e che debbano tendere alla rieducazione del condannato).
Tolti questi primi aspetti, però, il problema più serio che intendono sollevare i firmatari dell’esposto è proprio quello riguardante la salute. Lamentano, per esempio, l’assenza di telecamere di sorveglianza nel loro reparto, sospettando addirittura che quello di Lecce possa essere l’unico caso in Italia. E si tratta di dispositivi, sottolineano, che andrebbero a tutela di tutti, detenuti e agenti stessi di polizia penitenziaria. Un aspetto interessante del documento riguarda la riferita assenza di citofoni o campanelli nelle celle. Questo significa che si debba auspicare che il compagno di cella si accorga in tempo, per esempio, di un malore, in modo che possa gridare per richiamare l’attenzione dell’agente di turno, sperando che questi non sia troppo lontano per sentire. Una speranza si riduce al lumicino per chi non condivide la cella con altri.
Fra le altre segnalazioni, il fatto che dalle 18 alle 7 vi sarebbe un solo agente per due sezioni, che non sarebbero eseguite visite mediche su richiesta e un’assenza, anche di più giorni, di farmaci prescritti, con la “colpa” di tale carenza - in tutta risposta - attribuita quasi sempre alla farmacia dell’Asl.
Il decesso di un 30enne - Quel che più duole ai firmatari, però, è l’assenza di un presidio medico/infermieristico attivo 24 ore su 24 nel reparto. Ovvero, chiedono che, come accade per altri istituti italiani, vi siano un medico e infermieri dedicati per la sezione specifica in cui si trovano (questi ultimi spesso svolgerebbero turni in altri reparti), considerando che è dedicata, appunto, a chi soffre di problemi di salute.
Per sottolineare maggiormente questo deficit, viene citato anche un recente caso specifico, quello che vede al centro il decesso di Cosimo Giorgino, 30enne di Casarano. Un caso sul quale è già aperta un’inchiesta della magistratura. Raccontano i detenuti che quel giorno non sarebbero stati presenti infermieri, perché impegnati nel reparto femminile (che sorge nel blocco esterno), tanto che a distribuire la terapia farmacologica e a praticare il massaggio cardiaco sarebbe stato l’agente di sezione.
La questione tubercolosi - Dulcis in fundo, raccontano nell’esposto anche di un focolaio di tubercolosi, che a loro avviso non sarebbe stato trattato secondo i dovuti protocolli sanitari. Citando dodici casi, di cui due con ricovero ospedaliero, altri detenuti trasferiti in isolamento sanitario, il sospetto di contagio pure di un paio di un paio di agenti, mascherine (del tipo “anticovid”) distribuite il 5 aprile e prelievi svolti solo il 14 dello stesso mese (a loro dire, venti giorni dopo il primo caso). E tutto questo, dichiarano, pur continuando entrambi i lati della sezione a effettuare le quattro ore d’aria assieme, senza creare, così, una “bolla”. Si tratta, ovviamente, della loro ricostruzione dei fatti.
Considerando che la missiva è stata scritta il 19 aprile, si può dire, sulla questione della tubercolosi, che l’Asl abbia già risposto, anche se in maniera indiretta, cioè facendolo ad Antigone. Testualmente, come da comunicato: “Un paziente indice trasferito da altro penitenziario, con anamnesi pregressa muta per patologia tubercolare, è risultato positivo a Tbc e potenzialmente infettante dopo manifestazione di sintomi pneumologici. Trasferito nell’ospedale Vito Fazzi, è ricoverato in isolamento in malattie infettive. Pronta è stata la risposta sanitaria di controllo con sinergia tra Pneumotisiologia territoriale, Dipartimento di igiene e Uos Medicina penitenziaria. Più di 140 i test effettuati a detenuti, sanitari e dipendenti della Casa circondariale includendo anche contatti non stretti. Sono risultati solo pazienti positivi, per aver avuto in passato la patologia o perché vaccinati, quindi non infettanti”. Sintesi, secondo l’Asl “è stato registrato quindi solo un caso”.











