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di Paola Ancora

Quotidiano Di Puglia, 2 giugno 2024

Cominciamo dalla fine. Dai ringraziamenti: a Mamadou Kouassi innanzitutto. Per essere sopravvissuto alla malvagità degli uomini, alla nostalgia di casa, al deserto del Sahara e alle torture nelle carceri libiche, alla schiavitù, alla traversata del Mediterraneo, alla povertà di un’Europa ancora alla ricerca di se stessa. E per aver mantenuto, oggi che di anni ne compie 41, lo stesso sguardo pulito che aveva quando appena sedicenne, insieme al cugino, decise di fuggire di casa e cercare fortuna oltremare all’insaputa della sua mamma. “Non l’ho più rivista” ha raccontato agli studenti del liceo “Leonardo da Vinci” di Maglie, riuniti in aula magna per l’incontro organizzato dalla preside Annarita Corrado con le docenti Cecilia Toma, Ada Caracuta e Francesca Carrozzini.

La storia di Mamadou, nelle mani del regista pluripremiato Matteo Garrone, è diventata il film capolavoro “Io Capitano”, vincitore del David di Donatello come miglior film e per la migliore regia. E ha fatto il giro del mondo, “lo abbiamo portato anche in Africa, dove è stato accolto da un moto di rabbia, di sorpresa - ha spiegato Mamadou - perché non si è davvero consapevoli di cosa aspetti chi decide di partire. Se io lo avessi saputo, non mi sarei mai messo in cammino”. “Una sofferenza difficile da spiegare a parole, ma “Io Capitano” - ha continuato - è riuscito a farlo, pur raccontando solo una parte di quel calvario: si è scelto di omettere alcuni episodi, alcune circostanze o storie perché troppo violente, troppo tragiche”.

Smorzare il male, “per poter fare arrivare il film a un pubblico più ampio possibile e far capire quali atrocità siamo costretti a subire prima di arrivare in Europa. Parlo di me, ma anche di chi non ce l’ha fatta”. Di quei tanti che, morendo, affidano bigliettini di commiato a coloro che proseguono il cammino, affranti messaggeri di morte, di speranze interrotte.

Un colpo secco, “Io Capitano” e Mamadou, a sgretolare decenni di luoghi comuni e pregiudizi dietro i quali l’Europa, culla dei diritti, ha nascosto le sue paure e fragilità dando fiato agli estremismi e trasformando il Mediterraneo in un cimitero d’acqua, al fondo del quale giacciono centinaia di migliaia di storie come quella di Mamadou, storie interrotte prima dell’intervento di soccorso in mare delle Ong o della Guardia costiera italiana. “Voi siete il presente, siete la politica, siete il futuro - ha detto l’attivista dell’ex Canapificio di Caserta, dove lavora come mediatore culturale e al servizio dei più fragili - e insieme possiamo costruire un mondo migliore”. Migliore di quello nel quale donne e bambini muoiono attraverso il deserto per raggiungere la costa del nord Africa, nel quale si consumano i ricatti e le torture delle forze di polizia e della mafia libiche: “Per loro siamo un business vero e proprio”. Un mondo nel quale “si dovrebbe pensare prima a salvare le persone e poi a parlare” ha aggiunto Mamadou, criticando la politica sui flussi migratori del Governo italiano come della Gran Bretagna, “perché confinare i migranti fuori dal proprio Paese, in Albania o in Ruanda, non ha alcun senso. E non ne ha anche alla luce della crescente denatalità: costruire un mondo multiculturale sarebbe utile anche all’economia e al welfare”.

Mamadou si sente fortunato: “Da Lampedusa sono stato portato a Roma, poi a Caserta dove mi avevano detto esserci altri migranti. Ho fatto il bracciante a Foggia, a Rosarno, nelle campagne del Casertano. Poi, finalmente, il permesso di soggiorno”. Ovvero “il diritto di esistere, di chiedere una casa in affitto, un lavoro regolare. Ma soprattutto - ha spiegato - di partecipare a un percorso di integrazione previsto dagli allora Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Oggi, con le nuove leggi, questi percorsi di inclusione non esistono più”.

Mamadou non ha ancora imparato a nuotare, ma ha studiato. È colto e gentile: gli studenti non perdono una sillaba delle sue parole. Conosce le lingue, la storia, cita Gramsci e il capolavoro di Schaffner del 1973 “Papillon”. Le domande dei ragazzi sono tantissime, Mamadou non si sottrae, anzi incoraggia: “La mia vittoria - dice - siete voi”. E la nostra, Mamadou, sei tu.