di Claudia de Lillo
La Repubblica, 9 gennaio 2023
Studi alla Lse, master alla Columbia e un’ossessione: l’insicurezza alimentare. Sara Menker raccoglie e organizza miliardi di dati per prevedere le tendenze e ottimizzare l’uso delle risorse, grazie all’intelligenza artificiale. “Se vogliamo cambiare il sistema, prima dobbiamo capirlo”, dice.
Sara Menker è nata e cresciuta in Etiopia, ha 40 anni e una ossessione: l’insicurezza alimentare nel mondo. “Ho da sempre la consapevolezza che nella vita nulla sia scontato e che tutto quello che abbiamo possa sparire”. Forse anche per questo nel 2014 ha fondato a Nairobi, in Kenya, GRO Intelligence, società che utilizza l’intelligenza artificiale per prevedere le tendenze dell’agricoltura mondiale, per individuare le interconnessioni tra ecologia ed economia e per combattere la fame.
I “Gronies” (così si chiamano i suoi dipendenti) e i loro computer raccolgono miliardi di dati grezzi e disomogenei - previsioni di raccolto, immagini satellitari, precipitazioni, siccità, temperature, inondazioni qualità del suolo, topografia - li standardizzano, li organizzano e sviluppano indici e modelli capaci di tracciare il cambiamento climatico e di individuare nuove tecniche produttive. GRO, che oggi ha sedi anche a New York e Singapore, fornisce servizi a migliaia di società (tra cui Unilever, Bnp Paribas, Hsbc, Wells Fargo, la Camera di Commercio Usa) e lavora con i governi sui temi della sicurezza alimentare e nella pianificazione delle riserve di cibo. Durante l’invasione delle cavallette che ha devastato milioni di ettari di campi coltivati in Africa Orientale, GRO, utilizzando anche i dati satellitari per prevedere la direzione degli sciami, ha creato un modello per individuare dove utilizzare in modo efficiente la risorsa scarsa dei pesticidi, lavorando gratis per il governo etiope.
Il padre nato in un carcere italiano - Tutto iniziò ad Addis Abeba. La madre di Sara Menker era una sarta di Ethiopian Airlines e aveva 24 fratelli e sorelle. Il padre, funzionario della Commissione economica per l’Africa delle Nazioni Unite, era nato in un carcere italiano in quanto figlio dell’autore del piano per uccidere il generale Rodolfo Graziani quando Mussolini cercò di colonizzare l’Etiopia. “Sono cresciuta in una famiglia solida, che ha lottato per sopravvivere. Sentivo il dovere nei loro confronti di far bene nella vita”, racconta Menker che, grazie ai sacrifici dei genitori, ha studiato in una delle migliori scuole della capitale. “Nel mio Paese tutto era razionato: benzina, cibo, zucchero, carta igienica”. Viveva già da vari anni negli Stati Uniti quando arrivò il Covid e, in quella frenesia collettiva di stoccaggio, i suoi amici fecero scorte di carta igienica, consigliandole di fare altrettanto. Lei si stupì perché a casa, già prima della pandemia, teneva oltre 80 rotoli. “Non è così che tutti vivono, nel costante timore che le scorte finiscano?”.
In Morgan Stanley per occuparsi di materie prime - Grazie a una borsa di studio, Menker fu ammessa all’università femminile di Mount Holyoke in Massachusetts dove scelse Economia e Studi africani, per poi specializzarsi alla London School of Economics e prendere un master in Business & Administration alla Columbia University di New York. Quando Morgan Stanley le propose un lavoro a Wall Street, lei accettò purché potesse occuparsi di materie prime. “Era l’unico settore della finanza che sentivo legato al mondo reale e a ciò che mi interessava”. In quell’ambiente lei era una diversa e inizialmente tentò di somigliare agli altri, senza successo. “Smisi di provarci. I miei capelli erano diversi ma andavano bene così. Mi vestivo come mi pareva e portavo al lavoro la mia cultura”. A un certo punto tuttavia perse interesse nel mercato. “Il lavoro non mi somigliava più”. Era il 2008, c’era la crisi, i prezzi crollavano e i suoi colleghi, convinti che il mondo stesse per finire, comprarono oro e armi. “Io so come è fatta la fine del mondo”, commentò lei, memore dell’infanzia etiope. “E non è così”. Rinunciò all’iniziale proposito di comprarsi un pezzo di terra per guadagnarsi l’autonomia alimentare e investì il suo tempo nello studiare tutto sull’agricoltura, tanto da farne il suo chiodo fisso.
Un deficit alimentare pari a 379 miliardi di Big Mac - “La prima volta che tornai in Etiopia dagli Stati Uniti, mio padre, prima ancora di salutarmi, mi domandò perché fossi ingrassata”. La quantità di cibo che assumeva in America era invariata ma le calorie evidentemente no. “Per questo bisogna occuparsi del valore nutritivo del cibo, non del suo peso”, spiegava nel 2017, durante un Ted Talk. Allora, prima della pandemia e della guerra in Ucraina, dichiarò che nel 2027 l’offerta di cibo nel mondo non sarebbe più stata in grado di soddisfare la domanda. “Nel 2027 avremo un deficit di 214 migliaia di miliardi di calorie, pari a 379 miliardi di Big Mac, più di quanti ne siano mai stati venduti”. La situazione sta precipitando. GRO ha calcolato che a giugno scorso c’erano 49 milioni di persone sull’orlo della carestia, a rischio di morte per fame, 1,1 miliardi in estrema povertà e 1,6 miliardi in una condizione di insicurezza alimentare. Che fare? Menker è convinta che la pur virtuosa strada del cambiamento dei consumi e della riduzione degli sprechi non sortisca gli effetti sperati e si affidi eccessivamente ai comportamenti etici dei Paesi in surplus. “Il cambiamento deve avvenire dai Paesi in deficit alimentare - India e Africa in primis - che hanno vaste zone ancora coltivabili (evitando la deforestazione) e margini per aumentare il rendimento della terra”.
Dall’influenza suina in Africa agli skilift sulle Alpi - La rivoluzione della fondatrice e ad di GRO parte dai dati perché “se vogliamo cambiare il sistema, prima dobbiamo capirlo”. Raccogliendo informazioni e processandole, GRO valuta l’impatto dell’influenza suina in Africa sul mercato cinese e, a cascata, sui prezzi delle materie prime, gli effetti di uno sciopero dei camionisti in Brasile sui futures sullo zucchero a New York, le conseguenze del cambiamento climatico sugli impianti sciistici in Patagonia e sulle Alpi. Perché il mondo è interconnesso e coglierne le relazioni può contribuire a limitare gli squilibri.
Tenace, appassionata, creativa, sogna un pianeta in grado di nutrire tutti, dove l’ecologia sia compatibile con la crescita economica. Oggi il suo incubo è diventata l’inflazione che spinge i Paesi al protezionismo e crea ulteriore insidie al sistema alimentare globale. Il gioco si fa sempre più duro ma lei, che sa come è fatta la fine del mondo, non si lascia intimidire.










