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di Michele Serra


La Repubblica, 28 luglio 2019

 

"Devono marcire in galera" è uno dei mantra del vasto fronte post-democratico che presidia i social e governa il Paese. Ne fa parte non solamente l'anonimo frustrato che gode solo se insapona il canapo; anche fior di uomini e donne di potere, parlamentari, leader di partito, addirittura un vicepremier che infiora di "bastardi" e "zecche" il suo gergo curvaiolo. In carcere, dunque, non si sconta una pena; neppure - figuriamoci - ci si può riabilitare. No: si marcisce.

Come carcasse al sole, o in fondo a un pozzo putrido. In questo mucchio avariato, la sub-umanità della quale gli attuali capi promettono di mondare il nostro laborioso e onesto Popolo, può anche capitare di finirci a prescindere da tutto. Soprattutto dalla realtà.

Per esempio se Daniele Capezzone (per lunghi armi galleggiante sulla superficie della politica e oggi approdato al sovranismo) accusa i giornali di tenere nascosta la notizia che gli assassini del carabiniere sono "nordafricani", salvo correggersi (ops!) dopo poche ore; oppure se Giorgia Meloni scrive che l'Italia "non deve essere il punto di approdo di questi animali", dando per scontato che tutti gli assassini arrivino su un barcone anche se sono scesi da una scaletta d'aereo, bianchi e americani; o se da fonti interne all'Arma vengono diffuse foto segnaletiche di "nordafricani" che poi si scopre non c'entrano un bel nulla; beh, vuol dire che i tempi sono già maturi per organizzare qualche bel repulisti su basi razziali o anche politiche.

Si chiama egemonia culturale. Da non pochi anni è esercitata da quanti (giornali, politici, conduttori televisivi, intellettuali) pensano che il mondo sia pieno di bastardi e di zecche che devono marcire in galera. Ma niente paura: l'ex radicale Capezzone saprà spiegare ai suoi capi che perfino un carcerato ha dei diritti.