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di Valentina Stella

Il Dubbio, 31 marzo 2026

Rinnovamento, autoriforma, miglioramento della giustizia: la magistratura archivia da vittoriosa il referendum e guarda avanti. Lo fa innanzitutto eleggendo Giuseppe Tango a nuovo presidente dell’Anm, che prende il posto lasciato vuoto da Cesare Parodi, dimessosi perché “chi mi ha dato la vita ora ha bisogno di me”. Classe 1982, giudice e pure del lavoro, secondo chi lo ha eletto Tango rappresenta quella nuova generazione di magistrati avulsa dai rischi di un ancoraggio alle vecchie logiche del correntismo finite sotto accusa in seguito alla vicenda Palamara. È stato eletto con l’appoggio di tutti i gruppi associativi e una solo astensione, senza la presenza dei capi corrente nei corridoi della Cassazione, a testimoniare una scelta più dal basso che per giochi di potere. Anche per questo l’ha spuntata contro Antonio D’Amato, procuratore capo di Messina, indicato, a quanto si apprende, da Claudio Galoppi, ex segretario di Magistratura indipendente, che si è dimesso nel pomeriggio di sabato subito dopo le elezioni.

Un vero terremoto nella corrente conservatrice dell’Anm ma la sua scelta appare inevitabile. Da tempo si diceva che avesse perso il controllo sui suoi e la sua figura era uscita indebolita da quando si era rotta la luna di miele col governo che aveva mancato alcune promesse, dal diritto alla malattia dei magistrati ai criteri di determinazione degli adeguamenti stipendiali. Adesso si è aggiunto il fatto che proprio Tango, come ha commentato qualche toga sabato al Cdc, “abbia mantenuto il punto essendo stato il più votato in Mi e non abbia baciato la pantofola al grande capo”.

Nelle sue prime dichiarazioni, Tango ha auspicato che sia arrivato il momento “di voltare pagina e ricostruire con gli altri attori della giurisdizione, in primis con l’avvocatura, un dialogo per avanzare proposte che risolvano davvero i reali problemi della giustizia e riannodando, se fosse possibile, quei nodi di un dialogo con l’interlocutore politico”. Il risultato referendario, aveva pure detto Parodi nella sua relazione iniziale, “ha riacceso la luce ma non ha ripulito la stanza. C’è una straordinaria apertura di credito da parte dei cittadini, sta a noi meritarla, riconquistando credibilità, fiducia, trasparenza, professionalità e dimostrando di saperci autoregolamentare: se non lo faremo avremo sprecato un’occasione storica”. Questo auspicio è condiviso da tutti, come appurato parlando con le toghe sabato che si sono abbandonate a baci, abbracci, sorrisi dopo una stancante campagna, durante la quale, tuttavia, hanno voluto ribadire che l’Anm non si è trasformata in soggetto politico ma è scesa nelle piazze “per costruire consapevolezza, non per cercare consenso”.

Durante il dibattito, ironicamente, si sono benedetti Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi ed Enrico Costa. Grazie alle dichiarazioni dei primi due sul “Csm come sistema para-mafioso” e sulla magistratura come “plotone di esecuzione” gli elettori hanno virato sempre di più verso il No. Mentre, dopo l’iniziativa del deputato di Forza Italia di sollevare il tema di chi finanziasse il “Comitato Giusto dire No”, c’è stata una impennata di donazioni di 200mila euro in una settimana, ha spiegato la tesoriera Marzia Giulia Locati. Ma come dicevamo, per i magistrati è tempo di guardare avanti. Quanta agibilità avranno le loro proposte dipende in parte dall’autonomia della politica che pare avere al momento congelato i dossier giustizia, ma anche dalla loro capacità di “guardarci dentro per non ripetere gli errori del passato, visto che i giovani magistrati ci stanno guardando”.

Insomma, la consapevolezza che le cose non vadano benissimo c’è. Proprio partendo da qui abbiamo chiesto a Parodi se sarebbe necessario riformare la legge elettorale del Csm, che verrà rinnovato nei prossimi mesi: “Credo che molti colleghi auspicherebbero una revisione di questi principi, ma c’è un piccolo problema: non so se ci sono i tempi per rivederla”. Aperturista anche il segretario Rocco Maruotti: “Probabilmente c’è anche una soluzione migliore di quella a cui si è pervenuti adesso, comunque l’attuale legge ha prodotto un Csm che, stando a quello che si riferisce autorevolmente all’attuale vicepresidente (Pinelli, ndr), sta funzionando bene e ha superato le critiche che si erano manifestate in passato. Poi, se il Parlamento riesce a trovare una soluzione migliore, noi saremo soltanto che contenti”. E il Parlamento dovrebbe mettersi subito al lavoro e approvarla al massimo entro settembre prima che si metta in moto la macchina elettorale per il ricambio a Palazzo Bachelet.

Anche il documento “Una nuova stagione” proposto da Magistratura democratica e passato a maggioranza evidenza “l’esigenza di liberarsi dalla logica del carrierismo e del clientelismo che negli ultimi anni troppo spesso ha coinvolto la vita dei gruppi associativi”. Come? “Bisogna ripensare il sistema elettorale del Csm in vista della valorizzazione della democrazia, della trasparenza”, ad esempio introducendo il sistema proporzionale che, come ci ha spiegato Marco Patarnello, “avrebbe come primo scopo quello di sminare il dirigismo, di non imporre i candidati dall’alto”. Se non ci fossero i tempi in Aula si potrebbe intanto, conclude il magistrato di Cassazione, “rivedere il testo unico sulla dirigenza privilegiando criteri di anzianità” per gli incarichi direttivi.

Pure per Andrea Reale del Gruppo dei CentoUno occorre prevedere, tra l’altro, “la rotazione degli incarichi direttivi/semidirettivi o ritorno ad anzianità senza demerito e per fasce con attribuzione di punteggi” e la riforma del disciplinare. L’altro fronte di riforme è quello del processo penale: gli avvocati ora temono un indebolimento del rito accusatorio, già svilito dalla riforma Cartabia. Su questo, il segretario Rocco Maruotti sempre a nostra domanda ha risposto: “Non si faranno passi indietro rispetto al modello accusatorio italiano, nel rispetto della figura di pm che il nostro sistema conosce ormai dall’introduzione del codice Vassalli e quindi da più di 35 anni” e non esclude “interventi sul codice di procedura penale ma solo se condivisi e necessari a rendere il processo più efficiente”. Una replica che però non tranquillizza. Ad esempio l’avvocato della Camera penali di Trapani, Marco Siragusa, ha commentato in un forum: “Tornerà il giudice istruttore, chiamato pm”.