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di Adalgisa Marrocco

huffingtonpost.it, 7 gennaio 2022

Donatella si è tolta la vita 27 anni, voleva riscattarsi e per questo ha scritto una lettera a Maria De Filippi. Marco Costantini, referente di “Sbarre di Zucchero”, un gruppo nato dopo la sua morte, dice: “Bisogna pensare al carcere come a una risorsa, non come a una discarica sociale”.

Si chiamava Donatella, aveva ventisette anni e il suo desiderio era riscattarsi, uscire dal tunnel della droga, lasciare il carcere di Verona dove era finita per qualche piccolo furto e riabbracciare il figlio, che le era stato tolto. Ma le sue speranze, insieme alla sua vita, si sono spente troppo presto: all’inizio di agosto, esattamente cinque mesi fa, la giovane detenuta si è uccisa inalando gas dal fornelletto che teneva in cella. All’indomani della tragedia, il giudice di sorveglianza, il dottor Vincenzo Semeraro, ha chiesto scusa: “Se in carcere muore una ragazza di ventisette anni significa che tutto il sistema ha fallito. E io ho fallito, sicuramente”.

Prima di uccidersi, Donatella aveva scritto una lettera al fidanzato in cui era lei a domandare scusa. “Perdonami, caro Leo - diceva -, sei la cosa più bella che mi poteva accadere e per la prima volta in vita mia penso e so cosa vuol dire amare qualcuno, ma ho paura di tutto, di perderti e non lo sopporterei. Perdonami amore mio, sii forte, ti amo e scusami...”.

Un’altra missiva, ritrovata soltanto adesso dal padre della ragazza, era stata indirizzata a Maria De Filippi. “Maria - scriveva Donatella nell’ottobre 2020 - ti prego, ti chiedo di aiutarmi, voglio uscire fuori da tutta questa situazione, voglio smettere con la droga, voglio finire con il carcere, ma ho bisogno di qualcuno che mi dia una possibilità... Ho 26 anni, ho ancora una vita davanti, voglio sistemarmi, avere un futuro, riprendere i rapporti con la mia meravigliosa famiglia... Oggi ho la voglia, il coraggio di voler cambiare,voglio ricominciare e lasciarmi tutto alle spalle, ho bisogno di un aiuto, di trovare un lavoro... voglio vedere gli occhi di mia madre piangere nel vedermi realizzata e non perché sta soffrendo per colpa mia...”. Ma questa lettera, pubblicata dal Corriere della Sera, non è mai arrivata nelle mani della conduttrice: forse per uno sbaglio di indirizzo è tornata indietro, a casa della sua mittente, che non era lì ad attenderla.

Oggi, a distanza di mesi dalla sua scomparsa, la voce di Donatella continua a farsi sentire. Lo fa attraverso l’attività di Sbarre di Zucchero: all’inizio si trattava di un gruppo Facebook creato a Verona dalle amiche della 27enne, ma in soli quattro mesi è diventato molto di più. Riportando al centro del dibattito il tema del carcere, soprattutto in riferimento alle condizioni delle donne, Sbarre di Zucchero si è spostato “off-line” riuscendo a creare una rete nazionale: ex reclusi, familiari di detenuti, avvocati, attivisti, volontari, giornalisti di tutta Italia si sono uniti per dare supporto a chi, ancora troppo spesso, soffre per le difficili condizioni dei penitenziari e arriva a togliersi la vita. “La maggior parte dei suicidi avviene per impiccamento ma, altresì, per dissanguamento ed asfissia con gas. Una persona ogni quattro giorni ha inserito la testa attorno ad un cappio o ha inalato il gas da un fornellino in cella. Nel mese di agosto 2022, un essere umano si è suicidato ogni due giorni”, denuncia il gruppo.

“Dopo la tragedia di Donatella Hodo, che rappresenta una sconfitta per lo Stato, abbiamo deciso di mettere insieme le forze per raccontare la realtà che si nasconde dietro la detenzione, soprattutto quella femminile. La vita delle detenute, infatti, può essere ancora più difficile di quella degli uomini, per via della limitatezza delle strutture (le carceri esclusivamente femminili in Italia sono soltanto quattro, ndr) e delle attività. Spesso, inoltre, la donna in carcere non è solo detenuta, ma anche mamma. Per non parlare dell’igiene e della salute: in cella perfino usufruire del bidet non è un fatto scontato, ed è difficile potersi sottoporre a controlli ginecologici”, racconta all’Huffpost Marco Costantini, referente di Sbarre di Zucchero.

Il gruppo, quindi, si impegna per “la totale rimozione dello stigma, nei confronti del detenuto, soprattutto se donna, che, molto spesso, rimane marchiato a vita, quando, invece, c’è solo voglia e bisogno di riscatto”. Per consentire il reinserimento nel tessuto sociale, evidenzia Costantini, è essenziale il lavoro: “Con un impiego dignitoso e adeguatamente retribuito, una persona che è stata detenuta può tornare a fare una vita normale. I dati rivelano che, tra chi lavora, le recidive sono bassissime. Se la propria pena è stata scontata, non è accettabile doverne scontare una seconda fuori dalla cella. Bisogna pensare al carcere come a una risorsa, non come a una discarica sociale”.

Nel frattempo, Sbarre di Zucchero prosegue la sua attività. “Al di là degli aiuti concreti, come la raccolta di abiti e generi di prima necessità per l’igiene personale, il nostro obiettivo è quello di creare consapevolezza sulle condizioni dei penitenziari italiani. Al momento siamo presenti con distaccamenti a Verona, Milano, Roma, Napoli e - annuncia Costantini - in questo 2023 arriveremo anche a Bologna”.