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di Marco Demarco


Corriere del Mezzogiorno, 2 marzo 2021

 

Un saggio dello studioso napoletano Giovanni Verde sull'attuale crisi della giustizia. Da dove origina la crisi della giustizia? Dal conflitto con la politica, d'accordo; e qualcosa di determinante è sicuramente successo in Italia negli anni di Tangentopoli.

Ma come e perché si arrivò a quel punto? Per caso? Per un capriccio della storia? Giovanni Verde, magistrato per dodici anni, avvocato e docente universitario, vicepresidente del Csm e tra i massimi esperti del processo civile, nonché editorialista prima de "Il Mattino" e poi del "Corriere del Mezzogiorno", ha scritto un libro per dire che così non è. E per chiamare in causa la cultura giuridica e politica di questo Paese. In "Giustizia, politica, democrazia. Viaggio nel paese e nella Costituzione" (Rubbettino), Verde spiega infatti che sì, ora c'è anche il caso del Csm, esploso come una bomba nella vetrina buona dello Stato, ma che non tutto si può ricondurre, semplificando, oggi a Palamara e ieri a Mario Chiesa e Bettino Craxi.

La crisi della giustizia viene da un accumulo di idee, compromessi e pregiudizi, più che da singoli eventi. E viene, a dirla tutta, da una cultura "del sospetto" che ha contaminato in parte anche la Costituzione, ad esempio quando ipocritamente, non fidandosi delle scelte del pm, ha previsto l'obbligatorietà dell'azione penale. Una cultura che successivamente si è fatta scudo proprio della Costituzione per autoaffermarsi. Un esempio? Il fenomeno del giustizialismo ("nostra camicia quotidiana"), tema che Verde affronta a partire da un fatto concreto che riferisce con evidente emozione: la sofferenza a lungo patita dall'amico Roberto Racinaro, arrestato quando era rettore a Salerno, tenuto sotto processo per quindici anni e infine assolto.

La crisi della giustizia di cui Verde parla comincia a manifestarsi quando il diritto oggettivo "torna" in scena evocando i valori e non le leggi. E la differenza tra i primi e le seconde è abissale, perché nell'antico regime i valori venivano gestiti dai sapienti in rapporto fiduciario con il potere, mentre le leggi, cioè "lo stampo in cui cola il magma dei valori", vengono amministrate da tecnici esperti e imparziali. Non a caso, si ricorda che "a differenza di altre Costituzioni, nella nostra non è mai menzionato il diritto obiettivo; si parla sempre della legge e delle norme di legge, mentre il termine diritto viene adoperato solo per indicare posizioni soggettive meritevoli di tutela". I guai, insomma, vengono dopo, quando per il cedimento dei guardiani della Costituzione, per ragioni storiche legate alla fine della Guerra fredda e alla globalizzazione, e per il progressivo ritirarsi della politica, lo Stato non è più in grado di esercitare in maniera effettiva la sovranità. È a questo punto che il giudice accede a una nuova dimensione, diventa il mediatore tra le libertà e le dignità dei singoli, cerca il consenso per farsi forza, e si legittima appellandosi direttamente ai valori. Tuttavia è proprio nel momento in cui va oltre la legge - sottolinea Verde - che la giustizia si espone al rischio di una pericolosa involuzione. Quella "di tipo autoritario, quale è tipica dello Stato etico". Ecco il punto centrale del libro. Non a caso, Biagio de Giovanni, che firma la prefazione (la postfazione è di Gerardo Bianco), lo segnala con particolare enfasi. "Ah, i valori! Non dimenticherò mai - scrive - come li definiva, nella testimonianza di Antonio Labriola, un professore di storia e filosofia dei licei napoletani parlandone ai propri studenti in un divertente dialetto che non oso riprodurre. I valori? Tanti 'caciocavalli appesi', ognuno ne sceglie uno e si acquieta la coscienza". Per de Giovanni come per Verde è impossibile nutrire dubbi in proposito. I valori vanno esclusi dalle valutazioni del giurista, perché "interpretare testi è altro da intuire valori, per quanto sociali e costituzionali si vogliano dichiarare".

Movimentato da continue incursioni nell'attualità (le polemiche sulla responsabilità penale per colpa, sugli effetti paralizzanti dell'abuso d'ufficio, sul ruolo della difesa nel processo e sui vari aspetti dei progetti di riforma in discussione in parlamento) il libro di Verde è tutt'altro che un pamphlet. È un saggio - se non addirittura un manuale, ma scritto con grande finezza - che va ben oltre l'emergenza. Indica strade, suggerisce proposte. E la conclusione è questa: "Dobbiamo soltanto prendere atto di ciò che è avvenuto e chiederci se, essendo inevitabile che la magistratura partecipi al governo del paese sempre più condizionando le scelte e le decisioni del potere esecutivo, si possa continuare a ritenere che essa possa essere un corpo del tutto autonomo e indipendente". Tuttavia, se questo sarà il punto di arrivo, diverse sono le traiettorie per arrivarci. E il primo a saperlo è proprio Verde.