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di Valeria Parrella

Il Manifesto, 27 novembre 2024

Alaa e gli altri La storia di Alaa Abd El Fattah, come altre, prova l’indifferenza dell’Italia alla tortura. Cerca di opporsi Laila Soueif con lo sciopero della fame: la sua lotta si può sostenere. Salvini tuonò contro le decisioni dei giudici che non autorizzavano un migrante al rimpatrio verso l’Egitto, dal suo Facebook, con una bella grafica pubblicitaria per ricordare, forse al suo elettorato, e sicuramente ad al-Sisi, lui da che parte sta: dalla parte dei turisti. Quei milioni che vanno e vengono. Non da quella di chi potrebbe ritirare l’ambasciatore, mettere un paese confinante - ché il mare è ponte, non separazione - davanti alla propria sanguinosa responsabilità: negare continuamente i diritti civili. Tenere più di sessantamila detenuti politici in stato di pre-detenzione. Torturare nelle carceri.

Come lo sappiamo? Anche grazie al doloroso lavoro di Alaa Abd El Fattah, agito per la maggior parte del tempo da una prigione. Qualche giorno fa da queste pagine Patrick Zaki ricordò quanto gli sia stata di conforto e ispirazione la sua militanza, qualcuno lo paragona a Gramsci e il suo libro tradotto in italiano - e pubblicato grazie a una rete di attivisti da Hopefulmonster - Non siete ancora stati sconfitti certo brilla di quella luminosa speranza che vive anche in certe Lettere dal carcere. Animatore della primavera araba, i suoi capi d’imputazione sono poveri e pretestuosi: protestare a favore dell’indipendenza giudiziaria, un articolo critico nei confronti dell’esercito egiziano, un post su Facebook sugli abusi in carcere. Cosa che noi che indossiamo il braccialetto giallo sappiamo bene.

Perché se vuoi andare a vedere le piramidi pagando di stramacchio un cammelliere, vai e vieni. Diverso se vuoi studiarci, in Egitto, esprimerti, fare il ricercatore, il giornalista, avere idee, disegnare vignette, difendere una minoranza religiosa con un post sui social. Lì cambia il livello di sicurezza, a volte non c’è manco bisogno di esprimersi, basta passarci, per il paese, per essere considerato suo nemico, essere arrestato, tenuto senza diritti, senza vedere un avvocato, senza vedere parenti, senza sapere che capo d’imputazione hai, per mesi.

È accaduto due settimane fa a Elanain Sharif cittadino italo egiziano arrestato al suo arrivo al Cairo davanti a sua madre e a sua moglie. La signora, che vive a Foligno, ha ottenuto che oggi il console italiano avesse un primo abboccamento con suo figlio. A dare solidarietà a questa donna però, prima delle autorità italiane è arrivata un’altra madre: la madre, sfinita, di Alaa Abd El Fattah.

E mi dispiace dire che è “madre di” perché Laila Soueif è una bravissima docente di matematica all’Università del Cairo, attivista per la democratizzazione delle università nel 2000, ha partecipato alla rivoluzione del 2011 ed è una donna amata e ascoltata da un grande movimento popolare. E però è anche la madre di Alaa, è anche la moglie di un uomo morto in carcere: la si trova facilmente in rete in una recente intervista alla Bbc, mentre racconta del suo sciopero della fame. Si è convinta a usare, infine, il suo corpo, come ultima ratio possibile difronte a ciò che di razionale non ha nulla perché Alaa avrebbe finito la sua pena 54 giorni fa: se le autorità non avessero escluso dal computo i due anni di carcerazione preventiva. “Ho visto abbastanza”, ha detto. Non è una consolazione e non è una soluzione, ma è qualcosa sapere che a questo sciopero si può partecipare, per aiutare Laila Soueif a tenere viva l’attenzione, per aiutarla a ricordare che a credere che l’Egitto sia un paese sicuro è rimasto solo Salvini.