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sempionenews.it, 25 maggio 2026

Mentre il sovraffollamento nelle carceri uccide la dignità, la musica di De André a Rho dimostra che la vera sicurezza passa solo dal recupero. Nei giorni scorsi l’Europarlamentare Cecilia Strada ha visitato Legnano in occasione dell’incontro di chiusura campagna elettorale promosso dal Pd in cui, insieme a Paolo Romano, consigliere regionale con il Partito Democratico, ha condiviso la propria esperienza personale come eurodeputata e, soprattutto, ha raccontato ciò che ha vissuto personalmente insieme ai genitori Gino Strada e Teresa Sarti. Un incontro che non ha potuto non interrogare anche sul tema della sicurezza e della drammatica situazione delle carceri italiane, a pochi giorni dal suo intervento a Strasburgo dove ha portato l’esperienza della Casa Circondariale della vicina Busto Arsizio.

“Ho pensato alle visite che ho fatto nelle scorse settimane al carcere di Busto Arsizio e all’istituto penale minorile Beccaria di Milano. Diritti violati ovunque: letti accatastati, sovraffollamento ormai cronico, dignità negata. Letti a castello a tre piani con i detenuti che dormono a un palmo dal soffitto, con cavi della luce esposti ovunque. Lì 3 mq di spazio per detenuto, evidentemente, sono un miraggio come in troppe prigioni italiane - così l’eurodeputata PD, si è espressa in aula a Strasburgo - In cella muore la dignità e muoiono i prigionieri: pochi giorni dopo la nostra visita a Busto Arsizio, un detenuto si è impiccato ed è il quindicesimo suicidio dall’inizio dell’anno nelle carceri italiane. Il sovraffollamento è frutto dell’abbandono sistemico che sta facendo marcire lo Stato di Diritto nelle prigioni di Europa. Attenzione, perché a farne le spese non sono soltanto i detenuti che vedono lesi i loro diritti fondamentali - ha ricordato Strada - A farne le spese è l’intera comunità perché il sovraffollamento impedisce, di fatto, qualunque percorso di reinserimento. Che cosa succederà poi a queste persone quando escono dal carcere? Non soltanto per i diritti del detenuto, ma anche nell’interesse della collettività, è urgente lavorare sulle carceri in Italia e in Europa”.

Non è solo “politichese” - Chi si occupa di ingiusta detenzione lo sa, i commenti sono sempre gli stessi: buttare la chiave, lavori forzati, remigrazione e, l’intramontabile, “Se accadesse a te, cosa diresti?”. Il fatto è che sta già capitando a tutti. Se nelle nostre città si registrano più episodi di microdelinquenza e degrado, è anche perché il sistema carcerario sta dimostrando, drammaticamente, di non essere in grado di agire da deterrente e, soprattutto, non è in grado di rieducare. L’Italia è di fronte all’emergenza umanitaria che ogni giorno si registra nelle carceri italiane, contravvenendo in modo sistematico all’art. 27 della Costituzione che “disciplina la responsabilità penale e la finalità della pena. Al terzo comma, fissa il principio cardine secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. 

Mancano le carceri, dirà qualcuno, la verità è che manca il personale che vuole lavorare nelle carceri, mancano fondi per pagare educatori, percorsi di disintossicazione. Nelle carceri manca tutto, eppure qualcosa tiene accesa una speranza. È quella tanto vituperata cultura a essere la chiave di tutto, anche delle celle. Lo scorso 17 maggio, il Teatro de Silva ha ospitato il Gruppo della Trasgressione nell’ambito della rassegna T_Off 2026 promossa dal Comune di Rho in collaborazione con l’Associazione Trasgressione.net. Sul palco la Trasgressione Band, guidata dal Dott. Juri Aparo, dove si sono intrecciate le canzoni di Fabrizio De André e le riflessioni e testimonianze con i detenuti delle carceri di Bollate e di Opera, offrendo al pubblico un’esperienza intensa e coinvolgente. Tra i presenti anche gli studenti dell’istituto legnanese Barbara Melzi, guidate dal Dirigente Scolastico Flavio Merlo. 

L’incontro con Antonio “Ora mio figlio è un cittadino a tutti gli effetti” - È stato proprio durante la serata rhodense che abbiamo incontrato Antonio, ex detenuto e ora attivissimo testimonial del gruppo della Trasgressione. La prima cosa che ci tiene a dire è che la fontana di Villa Burba, l’ha sistemata lui e i suoi occhi sono pieni di orgoglio. È lui a raccontare l’importanza delle attività all’interno delle carceri, non risparmiando nulla della sua storia: “Per cambiare hai bisogno di un aiuto, tu da solo non ce la puoi mai fare. Io ho trovato il dottor Aparo, ho trovato il Gruppo della Trasgressione. Se tu una persona la tieni chiusa ventiquattro ore su ventiquattro, è sempre arrabbiata e non riconosce l’autorità perché solo con la contaminazione esterna possiamo comprendere, tutti quelli che sono riusciti perché hanno avuto la contaminazione esterna. Se tu uccidi la contaminazione esterna torniamo nel Medioevo, è una cosa che uccide il futuro, ma non tanto il futuro dei detenuti. Lo Stato non si rende conto che, eh, aver recuperato me non è tanto perché hanno recuperato un cittadino, perché per me non sono ancora un cittadino, ma il mio sogno è di diventarlo. Ma io ho spezzato le catene. Mio figlio adesso è al quinto anno di liceo artistico e ha la media dell’otto, perciò lui è un cittadino a tutti gli effetti. Io posso anche morire domani, ma non tieni conto che dietro una persona ci sono famiglie, vicini, nipoti, figli e quelli, se vedono che torturi inutilmente, fai crescere la rabbia e la sfiducia nell’autorità anche a loro”.