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di Domenico Alessandro De Rossi*


Il Dubbio, 22 settembre 2020

 

La storia di Giuseppe Mastini è la triste fotografia della giustizia italiana che non funziona. Emblematico, prevedibile, quanto meno ipotizzabile, in una vita "normale". Giuseppe Mastini (da tutti detto "Johnny lo Zingaro", tanto per non contraddire l'infelice attualità in tema di espressioni linguistiche da superare), con una delle più semplici spiegazioni rese alla Polizia, per giustificare il mancato rientro in carcere si è riferito direttamente al desiderio e al bisogno di amore. Si, una pura e semplice spiegazione: bisogno di amore e niente altro. Come la necessità di camminare, come l'esigenza dell'ora d'aria, di respirare, di pensare... Sembrerebbe strano, eppure questo bisogno è solo per ritrovarsi con la donna che una volta si era amata.

No, questa non è la breve storia di un romanzetto tra l'avventuroso e il passionale che narra le vicende di un condannato (per gravissimi reati) all'ergastolo che fugge per stare con quella che fu una volta la sua donna. È invece un fatto vero che narra, con la sola apparente banalità delle cose avvenute, una fuga, una ricerca della polizia del fuggitivo per le campagne. Poi la cattura e quindi una spiegazione solo in apparenza semplice del mancato rientro in carcere.

L'assenza di un contatto amoroso, il bisogno di un abbraccio, il riconoscimento di una umanità carcerata che non sia solo un urlo, un cancello, delle sbarre di ferro, un lungo corridoio, sono la causa di un fenomeno molto più complesso che chiamano in causa la Costituzione, i diritti umani, la "qualità" e il senso della pena, le modalità della detenzione, le strutture penitenziarie, la normativa, la cultura giuridica, la politica e tanto altro di non risolto ancora della giustizia italiana. Già, quella (sedicente) giustizia, dopo i tanti scandali che l'hanno ferita, umiliata e contraddetta che abbiamo conosciuto essere amministrata nel modo a tutti noto e disvelato, purtroppo non le fa onore.

La domanda e le risposte che debbono essere date, sono ancora le stesse. Oggi a maggior ragione: a cosa serva e come debba essere concepita la detenzione per i prossimi trenta, quaranta anni, per il "futuro" in Italia? E, in special modo, quando la condanna è a vita? Quando questa si chiama ergastolo, o "fine pena mai". Dovremmo ricorrere al carcere per i soli reati più gravi. Quel luogo, comunque, dove soltanto il "tempo" e non altro venga sequestrato al condannato. Ma la carcerazione abusa fin troppo del corpo dell'uomo, schiacciando le sue funzioni, cancellando di fatto anche la sua mente in un vuoto senza tempo, carcerando oltre al tempo anche la facoltà di rigenerarsi attraverso un percorso di recupero umano e civile.

Chi più non ama, chi più non ha la speranza di poter tornare ad una vita in cui l'amore non sia stato cancellato per sempre, non può ripresentarsi alla vita libera in una condizione migliore rispetto a quando entrò in carcere. Chi nella costrizione della pena debba subire altre durezze, esercitando una sessualità non voluta e spesso con imposta violenza, non subisce una condanna che limita e restringe solo la sua presenza e il suo movimento nella società libera, ma subisce una brutalità che cancella il suo corpo, riducendo la sua carne ad un avanzo, ad una inutile scoria. Non si può uscire dall'esperienza di un carcere siffatto in meglio cambiati.

Non si può sperare che il tempo sequestrato con il carcere e mantenuto nelle condizioni di negazione del corpo e dell'affettività, possa poi, a pena terminata, restituire una persona migliore nel fisico e nella mente. Una carcerazione di questo tipo non è vicina ai diritti umani, non è vicina alla Costituzione. È solo una legittimazione di una rivalsa rivestita di ufficialità che sul piano sociale legittima la subcultura che chiede solo vendetta.

Ma la politica, che dovrebbe avere l'onere e la responsabilità di promuovere civiltà, cultura, educazione e sviluppo, purtroppo preferisce assecondare l'istinto primario dell'occhio per occhio. Cancellando, con la condanna di una legge (non per tutti uguale), il corpo e la mente di coloro che sono condannati, di fatto delegittima la legge e il diritto. La storia di Giuseppe Mastini (lo Zingaro) scappato per amore, non è la storia di un evaso ma la triste fotografia della giustizia italiana che non funziona e non solo in questo caso dimentica i Beccaria, i Voltaire, i Diderot.

 

*Vicepresidente Centro Studi Penitenziari