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di Rosella Postorino

Sette - Corriere della Sera, 27 settembre 2024

Un’intuizione forse scandalosa collega lo stato di costrizione con la maternità. La letteratura mette in scena il lato misterioso. Mentre “l’emergenza carceri” riempie ciclicamente i giornali, per il sovraffollamento, la carenza di personale, l’aumento dei suicidi, la reclusione dei figli delle detenute (minori con meno di 6 anni) assieme alle madri, mentre si continua a parlare di carcere come di un’emergenza contingente, appunto, anziché di un problema strutturale che nessun governo sembra voler risolvere, ho letto due libri che con il carcere hanno a che fare.

Ogni prigione è un’isola di Daria Bignardi è diario, confessione, reportage, cronaca, riflessione su un luogo che l’autrice frequenta da 30 anni: da volontaria, ma in un caso anche da parente di un “ristretto”, quando andava a trovare, con íl marito e i figli piccoli, il suocero Adriano Sofri. Bignardi si chiede se quest’attrazione per la prigione, questa sua claustrofilia, non sia legata al rapporto con la madre, che fin da Non vi lascerò orfani, passando per Storia della mia ansia e Libri che mi hanno rovinato la vita, abbiamo conosciuto come ansiosa e controllante. Forse, dice, la sua claustrofilia non è che il desiderio di rientrare nel ventre materno. In Cuore nero, l’ultimo romanzo di Silvia Avallone, la protagonista - finita in un carcere minorile - ha sofferto molto per l’assenza della madre, morta troppo presto, e questo buco è probabilmente legato al crimine che ha commesso.

Dico “probabilmente” perché, come accade in ogni buon romanzo, Avallone evita il determinismo, mette in scena i personaggi nella loro incontrovertibile umanità, con tutto ciò che di osceno e di stupefacente significa. In un mio romanzo di n anni fa, Il corpo docile, a 3 anni la protagonista usciva dalla galera in cui era nata e cresciuta, ma questa “liberazione” era per lei un doloroso strappo, perché la separava dalla madre. La bambina voleva tornare in galera, nel suo nido, per stare con lei. La libertà era un trauma irreversibile.

Al di là della testimonianza sulla condizione carceraria che rappresentano questi libri - i quali trattano il carcere come uno spazio che appartiene alla società, che dalla società dipende, non come uno spazio avulso, scollegato - il miracolo della letteratura è che tra le pagine succede anche qualcos’altro, qualcosa di misterioso.

La contraddizione della maternità, e quindi della vita stessa, emerge al di là delle intenzioni nella sua dimensione fantasmatica di luogo costrittivo e agognato al contempo; da un lato c’è il desiderio di libertà, dall’altro la vertigine che la libertà provoca in ogni essere umano. È un’intuizione forse scandalosa, che mi piacerebbe passare a uno psicanalista. Intanto la dico a voi, che di sicuro mi prenderete per pazza, ma questo ordito sottile, enigmatico, inintelligibile persino a chi lo tesse, è il motivo per cui io leggo, per cui ancora della letteratura mi fido.