di Giuseppe Vegas
Il Messaggero, 8 febbraio 2025
Tra gli innumerevoli propositi della seconda presidenza Trump non manca quello di rafforzare il sistema delle prigioni private. Non si tratta di una novità, ma di uno strumento consolidato da oltre un quarantennio negli Usa ed applicato, sebbene in pochi casi, anche in Gran Bretagna. La privatizzazione delle prigioni era nata come sistema per contenere i costi della detenzione, ma nel 2021 venne bloccata dal presidente Biden, poiché in molti casi era stata utilizzata solo come strumento per accrescere i profitti dei gestori. Fermo restando che il potere coercitivo spetta esclusivamente allo Stato, le modalità di esecuzione di questo particolare servizio non devono necessariamente essere compito di un soggetto pubblico, ma possono essere affidate a un privato tutte le volte in cui non siano in gioco diritti della persona.
Non si vede dunque il motivo per cui il criterio che dovrebbe guidare le scelte pubbliche in materia non sia quello dell’economicità. D’altronde, anche una vasta gamma di servizi di pubblica utilità è erogata da soggetti privati: basti solo pensare all’istruzione e alla sanità.
I servizi offerti dai privati possono essere utili per migliorare il sistema carcerario; soprattutto per le prigioni dove sono ristrette persone meno pericolose o a cui sono state comminate pene di lieve entità. Un approccio pubblico-privato in materia può anche contribuire ad affrontare le tre principali criticità che affliggono il sistema carcerario: il sovraffollamento, i costi e la funzione rieducativa della pena.
Le carceri scoppiano semplicemente perché occorre troppo tempo per costruirne di nuove e non sempre i bilanci pubblici recano stanziamenti adeguati e tempestivi. Se si desse seguito alla normativa esistente che consente il project financing, e quindi il coinvolgimento dei privati anche nella fase di progettazione e realizzazione delle carceri, probabilmente i tempi si accorcerebbero e la concorrenza consentirebbe di contenere i costi.
Come sempre, poi, i soldi non bastano mai. Allora può risultare molto conveniente esternalizzare una serie di servizi, anche di carattere amministrativo. In materia di controllo e vigilanza, un vasto utilizzo dei più moderni strumenti tecnologici potrebbe consentire, grazie alle economie di scala che ne deriverebbero, un sostanziale contenimento dei costi e contemporaneamente permetterebbe di utilizzare il personale particolarmente professionalizzato, come è quello degli agenti carcerari, per i compiti di maggiore delicatezza, lasciando ad altri lo svolgimento delle mansioni di routine.
È, infine, una pia illusione pensare che la pena possa rieducare, se il detenuto è abbandonato ad un inutile ozio. Occorre offrirgli una formazione professionale e una esperienza lavorativa che lo ponga in grado di vivere senza ricadere nel crimine. Ma la retribuzione media del lavoro in carcere equivale oggi a circa un terzo di quel salario di nove euro che molti invocano come misura minima della retribuzione oraria. Ovvio, dunque che la percentuale di chi lavora non vada oltre il trenta per cento dei reclusi. Una contrattualistica più snella, un più efficiente sistema di contatti con il mondo del lavoro e la più ampia trasparenza consentirebbero di creare una realtà in cui le imprese competano nell’offerta di lavoro e in cui i trattamenti economici tendano ad avvicinarsi a quelli di mercato. La vita carceraria potrebbe offrire l’occasione per proiettare un ponte verso il mondo esterno.
Quelli sopra indicati sono tre esempi di come la sinergia tra pubblico e privato possa non solo portare sollievo alle casse dello Stato, e quindi alle tasche dei contribuenti, ma anche adempiere concretamente a quel precetto della Costituzione che non considera la detenzione solo come punizione, ma anche e soprattutto strumento di redenzione.











