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di Paola Balducci

La Nuova Sardegna, 20 luglio 2025

Ogni estate, nel nostro Paese, il carcere smette di essere invisibile. Lo fa nel modo più drammatico: una rivolta, un suicidio, un allarme. Come se l’opprimente calura di luglio scoperchiasse quello che durante l’anno si preferisce ignorare. L’anno scorso fu il carcere di Regina Coeli a esplodere. proteste, urla, tensioni che i detenuti gridavano da tempo e anche quest’anno, la tragedia silenziosa che si chiama suicidio, sta continuando a non cedere il passo: già oltre 40 solo nei primi sei mesi del 2025. Nel mezzo, una lettera del Presidente del Senato indirizzata all’associazione Nessuno tocchi Caino, contenente parole importanti: “Occorre un deciso cambio di passo”, scrive, denunciando l’insostenibilità del sovraffollamento e l’urgenza di restituire senso alla pena.

Parole che sembrano rompere un silenzio, ma che rischiano di restare vuote se non si trasformano in scelte decise, convinte e soprattutto coraggiose. Non stiamo parlando di un problema occasionale: ci stiamo confrontando con un problema strutturale e profondo, che anzi, molte scelte legislative non sembrano riuscire ad attutire, vanno addirittura nella direzione opposta. Nel corso del tempo, diverse legislature sono state affette da una sottospecie di schizofrenia legislativa che mal si concilia con un cambio deciso di paradigma. Siamo nell’era del panpenalismo diffuso, in cui tutto viene trasformato in reato.

Ogni problema sociale ha la sua risposta immediata nel Codice penale. Più reati, più pene, più carcere: è la tentazione rassicurante del “punire” come simbolo di controllo e ordine, anche davanti a una realtà penitenziaria che implora ossigeno, dignità, attenzione. La quotidianità è scandita da isolamento, caldo soffocante, assenza di attività. E la disperazione fa il suo corso. Non a caso i suicidi in carcere aumentano proprio in estate: lo chiamano “gesto estremo”, ma è quasi sempre un grido che nessuno ha voluto ascoltare.

Ogni suicidio in carcere è una sconfitta dello Stato, una confessione pubblica: non siamo riusciti nemmeno a custodire. E allora viene da chiedersi: ha senso punire se non siamo in grado nemmeno di garantire la sopravvivenza? Ha senso inasprire le pene, se le carceri che abbiamo non riescono a reggere nemmeno quelle attuali?

Questa è l’altra metà della contraddizione: uno Stato punitivo, che moltiplica norme penali e alimenta una narrazione securitaria, si scontra con le esigenze di vita di chi finisce dentro, che poi non sono altro che i bisogni minimi di ogni essere umano: non essere dimenticati, avere una seconda possibilità. La pena, nella nostra Costituzione, ha un senso: deve tendere alla rieducazione, ma oggi il carcere è solo una fabbrica di marginalità e recidiva.

Perché se punisci senza rieducare, quello che ottieni è soltanto una persona più arrabbiata, più fragile, più sola e che vede negli stessi paradigmi che l’hanno condotta in carcere l’unica soluzione ai propri problemi. Serve smettere di credere che la soluzione ai problemi sociali passi sempre e solo per il carcere e serve investire nelle misure alternative, nella formazione, nel lavoro penitenziario, serve capire che un detenuto non è solo un numero, un reato, una colpa.

Oggi le carceri italiane non sono solo sovraffollate: sono luoghi dove lo Stato abdica alla propria funzione più alta. E ogni estate, rivolte e suicidi ci ricordano quanto sia urgente intervenire. Ma intervenire davvero, non con proclami o parole di circostanza. Non c’è giustizia senza umanità. Non c’è sicurezza senza inclusione.

E non c’è pena che abbia senso se non dà a chi l’espia almeno una possibilità di tornare a essere parte della comunità. Finché questo non accadrà, continueremo a riempire le carceri come si riempiono le discariche: con tutto ciò che non sappiamo, o non vogliamo, affrontare. Ma le persone non sono rifiuti. E la giustizia, se non è anche compassione, non è giustizia.