di Valter Vecellio
huffingtonpost.it, 29 marzo 2023
Qualcuno, in quelle stanze dove si dice vi sia il “potere”, presta attenzione all’accorato appello/denuncia del segretario generale della UIL Polizia Penitenziaria Gennarino De Fazio? Mette il dito su una piaga che continua a sanguinare: “La spirale di morte che investe le carceri italiane non accenna a placarsi. Dopo gli 84 suicidi fra i detenuti e i 5 fra gli appartenenti al Corpo di polizia penitenziaria dell’anno scorso, un poliziotto in servizio al carcere napoletano di Secondigliano e originario di Aversa, quarantatreenne, dopo aver espletato il turno notturno, si è tolto la vita sparandosi con l’arma d’ordinanza. Ammontano già a 11, invece, i detenuti che hanno volontariamente messo fine alla propria esistenza nel corso del 2023”.
Quello dei suicidi nelle forze dell’ordine, in particolare nel Corpo di polizia penitenziaria, la cui incidenza è notevolmente superiore che nella restante popolazione, è un fenomeno che, ricorda De Fazio “necessita di essere investigato compiutamente e affrontato concretamente. Peraltro, non riteniamo affatto sufficienti le iniziative e i supporti, anche di natura psicologica, finalizzati a intercettare a valle il disagio, ma reputiamo necessari e non più rinviabili interventi a monte che lo prevengano. Ciò si può realizzare, in primis, ‘umanizzando’ le condizioni di lavoro anche attraverso il rispetto dei diritti e delle prerogative contrattuali, che rappresentano una vera e propria chimera per la gran parte degli appartenenti alla Polizia penitenziaria”.
Imperscrutabili, le ragioni che spingono una persona a togliersi la vita; di sicuro a un gesto estremo come il suicidio possono concorrere una serie di concause. Nel caso specifico non è azzardato e neppure strumentale, sostenere che il servizio espletato nelle modalità in cui viene eseguito e la ‘violenza’ delle esperienze spesso vissute e subite, siano fra esse. Per inciso: che fine ha fatto, e che tipo di lavoro ha effettuato, l’Osservatorio permanente interforze sui suicidi tra gli appartenenti alle forze di polizia costituito dall’allora Capo della Polizia Gabrielli nel febbraio 2019?
Altra drammatica storia: è in carcere da pochi giorni; deve rispondere insieme ad altri due di aggressione e sottrazione di un telefonino ai danni di una donna. Si chiamava Aymen Dahech, 24 anni; dopo l’interrogatorio di garanzia. Fenomeno in crescita quello dei suicidi in carcere, dove spesso finisce chi si è reso colpevole di reati minori oppure chi non ha ancora affrontato il processo ed è in preventiva carcerazione.
A questo punto, l’invito agli inquilini delle suddette stanze del potere è di meditare per un attimo al brano che segue. Di un senatore, alla fine rivelerò chi e quando queste parole sono state pronunciate:
“Con tutto il da fare che ho avuto non ho trascurato di occuparmi dell’istituto Gaetano Filangieri di Napoli e dei ragazzi che spesso, a causa di carenze sociali, hanno dovuto deviare dalla retta via… si tratta di migliaia di giovani e del loro futuro ed è essenziale che un’Assemblea come il Senato prenda a cuore la riparazione delle carenze dannose, posso dire catastrofiche, che da secoli coinvolgono quasi l’intero territorio dal Sud al Nord dell’Italia…Invitato dai ragazzi e dal loro direttore, ho visitato il Filangieri e come l’ho trovato ve lo posso dire in due parole. Camere da letto tutte con docce e servizi igienici per due o tre ragazzi; cucina enorme e pulitissima; ogni gruppo di 15 ragazzi ha un televisore e un accogliente ambiente per il tempo libero; per l’aria, un cortile molto vasto e un piccolo gruppo di ragazzi sotto controllo della magistratura va a lavorare fuori presso artigiani. In genere sono 60 ragazzi, ma durante l’anno ne passano oltre 1.500 che poi vanno smistati in altri istituti. C’è perfino un teatrino…un complesso veramente degno, dove i ragazzi vengono curati, assistiti secondo princìpi umani e civili, non solo, ma vengono istruiti e perfezionati ognuno nel mestiere da lui scelto. Naturalmente - c’è da aspettarselo - le finanze non sono adeguate alle necessità di un istituto del genere. Ma non è questo il punto nevralgico della situazione. I ragazzi di 11-12-13 anni, che sono poi le vere vittime di una società carente come la nostra nei riguardi della gioventù, entrano nell’istituto in attesa di giudizio e vi restano spesso per anni e anni in quanto, o per la mole di lavoro o per l’asmatico meccanismo burocratico, i processi subiscono sempre lunghissimi ritardi e rinvii. Compiuti i diciotto anni, poi, ancora in attesa di giudizio, i ragazzi vengono trasferiti nelle carceri di Poggioreale. Finalmente, celebrato il processo, mettiamo che l’imputato venga assolto, dove si presenta una volta messo in libertà? Chi è disposto a dare fiducia e lavoro ad un avanzo di galera? Questa non è una domanda che mi sono posto io, che non conoscevo il Filangieri. È una domanda angosciosa che si pongono gli stessi ragazzi dell’istituto che, durante la mia visita di quel giorno, chiesi di avvicinare da solo a solo. I ragazzi mi dissero: “Non usciamo da qui con il cuore sereno, in pace e pieno di gioia, perché se quando siamo fuori non troviamo lavoro né un minimo di fiducia per forza dobbiamo finire di nuovo in mezzo alla strada! La solita vita sbandata, gli stessi mezzi illeciti, illegali per mantenere la famiglia: scippi, furti, la rivoltella, la ribellione alla forza pubblica. Insomma siamo sempre punto e daccapo”. Ora bisogna tener conto del fatto che i napoletani, e in specie quelli di 18 anni, sono pieni di fantasia, pieni di spontanee iniziative in caso di emergenza, sempre vogliosi e mai appagati di un minimo di riconoscimento sincero per la loro vera identità. Ci voleva una guerra perché gli spaghetti, la pizza con la pommarola, le canzoni, le chitarre e i mandolini invadessero l’Europa e l’America, e mettessero fine finalmente ai luoghi comuni: mandolinisti, mangia maccheroni, sfaticati, terroni eccetera. Adesso le canzoni le cantano pure loro, su al Nord. Illustri senatori e amici, ho girato il mondo e ho constatato con questi occhi qual è il rendimento del lavoratore italiano e qual è il suo vivere civile quando si trova all’estero. Ne ho conosciuti a centinaia, sia in America che a Londra, specialmente a Londra dove non c’è differenza, nessuna differenza, tra una tazza di tè e un bicchiere di vino del Vesuvio, dove l’emigrante, per dirla alla Troisi, trova quel riconoscimento che nel proprio paese di origine gli viene negato. Ecco che il napoletano, quello appartenente alla categoria di cui ci stiamo occupando, se vuole vivere e trovare lavoro nella città che gli ha dato i natali, come sarebbe poi suo diritto, deve ricorrere a trovate pulcinellesche o a mezzi equivoci e illegali che gli possono dare la certezza di tornare la sera a casa sua, solo che riesca a non farsi beccare dalla polizia. E sarebbe una vita questa?...Propongo di sollecitare il governo affinché dia il via all’assegnazione al Filangieri di uno spazio in una località ridente su cui costruire un villaggio con abitazioni e botteghe dove i giovani, già avviati a mestieri e all’artigianato antico, possano abitare e lavorare ognuno per conto proprio, assaggiando in tal modo il sapore del frutto sulla loro sacrosanta fatica, recuperando la speranza e la fiducia di una vita nuova che restituisca loro quella dignità cui hanno diritto e che giustamente reclamano. Le infinite specializzazioni di arti e mestieri (pellettieri, fabbri, restauratori, ebanisti, pittori, sarti, cuochi, pasticcieri eccetera) renderebbero il villaggio un centro operoso di qualificati prodotti artigianali, di cui tanto si auspica il ritorno, e ciò sarebbe non solo un richiamo di ordine turistico su scala internazionale ma anche e insieme fonte di guadagno e di indipendenza economica per questi giovani…”.
Nel corso dell’ultimo festival della canzone di Sanremo ha molto commosso e colpito l’intenso e bell’intervento di Francesca Fagnani sul problema dei ragazzi in carcere, proprio a partire dal Filangeri. Ebbene, il brano parlamentare citato è parte di un discorso, il suo primo intervento al Senato, di Eduardo De Filippo, nominato senatore a vita dal presidente Sandro Pertini. L’integrale è pubblicato nel resoconto stenografico della seduta del 23 marzo 1982. Sembra scritto oggi, per l’oggi. Purtroppo.










