di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 14 marzo 2020
Sono gravissime le rivolte nelle carceri italiane. Esse aggiungono difficoltà alla difficoltà in cui il Paese si trova. Dopo aver rinunciato per anni ad usare ragione e preveggenza nel gestire il problema carcerario, lo Stato è ora costretto a ricorrere alla forza. E deve farlo in condizioni di emergenza generale. La violenza scatenatasi in molte carceri, con distruzioni e agenti della Polizia penitenziaria feriti, ha ora prodotto un contesto difficile per una discussione razionale su ciò che occorre fare.
Vi sono misure da prendere a protezione non solo dell'insieme dei detenuti, ma anche di tutto il personale della Amministrazione Penitenziaria e di coloro che entrano ed escono ogni giorno dalle carceri (educatori, volontari, medici, detenuti semiliberi che rientrano la sera, detenuti che rientrano da un permesso, avvocati, magistrati, parenti dei detenuti, ecc.).
La pericolosità di un virus estremamente contagioso è massima nella comunità carceraria, che è concentrata, ma non chiusa rispetto all'esterno. Si comprende quindi che si sia provveduto alla temporanea limitazione dei colloqui dei detenuti coni famigliari. Ma la regolamentazione delle restrizioni è stata diversamente definita nei vari decreti che si sono susseguiti, rendendo difficile la comunicazione E spiegazione ai detenuti e ai loro famigliari.
Ciò mentre la televisione portava anche nelle carceri notizie allarmanti. Questa è stata la miccia che ha fatto esplodere la protesta. Ma una simile violenta e diffusa protesta non si spiegherebbe se non si considerasse lo stato delle carceri. E qui è necessario riprendere un discorso in passato presente nel dibattito politico e sociale, ma scomparso dopo l'esito delle elezioni politiche del 2018. Si tratta del ripensamento di una visione del diritto penale in esclusiva funzione carceraria e della questione connessa del sovraffollamento delle carceri.
Oggi vi sono 61.000 detenuti per 51.000 posti regolamentari e 47.000 effettivi (nel carcere di Modena, ove si è avuta una delle più gravi rivolte, 568 detenuti per 370 posti). Si può ben immaginare l'effetto che fa sui detenuti il sentire alla televisione che occorre tenere sempre una distanza di almeno un metro da ogni altra persona.
Tale indicazione generale è tanto più importante se si considera la vita di una pluralità di detenuti nella stessa cella: una vita promiscua, in cui i corpi si toccano, in cui l'igiene è problematica e la convivenza è pesante. Una convivenza difficile anche per la composizione sociale della popolazione detenuta.
Un terzo dei detenuti è composto da tossicodipendenti (drammatica è la tragedia dei morti per overdose nel corso delle rivolte, appena è stato possibile svaligiare l'infermeria e fare incetta di metadone). Spia della situazione nelle carceri è il numero dei suicidi tra i detenuti: 67 nel 2018, 53 nel 2019, già 9 quest'anno, più di mille dal 2000.
È largamente inosservato lo spazio minimo di tre metri quadri per detenuto in ogni cella, sotto il quale a livello europeo si ritiene che normalmente si dia trattamento inumano e degradante. Una condizione nota da lungo tempo, ma formalmente denunciata a partire dal 2013 dalla Corte europea dei diritti umani e dalla Corte costituzionale. Il presidente Napolitano con un messaggio al Parlamento ha scritto che "la stringente necessità di cambiare profondamente la condizione delle carceri in Italia costituisce non solo un imperativo giuridico e politico, bensì in pari tempo un imperativo morale.
Le istituzioni e la nostra opinione pubblica non possono e non devono scivolare nell'insensibilità e nell'indifferenza, convivendo - senza impegnarsi e riuscire a modificarla - con una realtà di degrado civile e di sofferenza umana come quella che subiscono decine di migliaia di uomini e donne reclusi negli istituti penitenziari". Seguirono alcuni interventi legislativi che privilegiavano soluzioni diverse e furono capaci di ridurre significativamente il numero dei detenuti in carcere.
Ma poi quel numero riprese ad aumentare per tornare pressoché a quello precedente. Una iniziativa di complessivo ripensamento della legislazione penitenziaria fu presa dal Ministro Orlando nel 2015 e la commissione da lui nominata, presieduta dal professor Giostra, elaborò numerose proposte. Alcune divennero legge, ma quelle fondamentali sono rimaste sulla carta.
Si era in prossimità delle elezioni e il governo di allora volle evitare riforme che pensava impopolari. Le elezioni le perse egualmente e per l'imprevidenza ora nelle carceri il terreno è propizio alle rivolte.










