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di Pino Corrias

Vanity Fair, 12 febbraio 2025

La giustizia rallenta o corre sui binari della politica. Sebbene trasportino il destino di milioni di uomini e donne i processi in Italia viaggiano molto peggio dei treni pendolari: cinque anni la durata media di un processo penale, otto quella di una causa civile. A buttare sassi sui codici ci pensano da una trentina d’anni i macchinisti dei partiti, dopo essersi scottati le dita e l’onore durante il grande ingorgo della corruzione che celebrò il biennio di Mani pulite, 2.500 indagati, 1.408 condanne. Persa l’immunità parlamentare a furor di popolo nell’anno 1993, tutti i governi e tutti i partiti hanno messo in cantiere riforme più o meno radicali, fasulle o estemporanee degli ingranaggi della giustizia, con la curiosa determinazione di finanziarle al minimo, sempre additando i magistrati al pubblico disdoro come membri di una casta di privilegiati che esercita un potere smisurato sulle libere funzioni e prerogative della politica.

Oltreché inebriata dal proprio potere, protetto dall’autonomia stabilita dalla Costituzione italiana quando recita: “I giudici sono soggetti soltanto alla legge”. La controprova è che da allora i processi non sono stati accelerati né di un giorno né di un’ora. Anzi. È aumentato, se possibile, il numero dei reati, oltre al peso degli arretrati che nessun tribunale riesce più a smaltire - 500 in media i procedimenti a carico di ogni giudice con punte di 2 mila - perché mancano uomini, sedi, personale amministrativo, e in certi tribunali persino computer e fotocopiatrici.

A gennaio è andato in crash l’intero sistema informatico nel momento in cui è diventata operativa la pasticciatissima riforma del processo telematico che avrebbe dovuto abolire la carta, l’inchiostro e persino la polvere dagli scaffali. A questo giro è tornata in auge la separazione delle carriere tra i pubblici ministeri e i giudici che come al solito non ha nulla a che fare con la rapidità dei processi, serve semmai a regolare i conti con i titolari delle inchieste, come a suo tempo si augurava Silvio Berlusconi - e prima di lui Licio Gelli nel suo Piano di rinascita democratica - ogni qualvolta identificava i suoi propri inquirenti come “toghe rosse” mosse da finalità politica.

Riforma diventata vera al suo primo passaggio in Aula, le truppe della destra di governo schierate a difenderla in nome di “un riequilibrio tra accusa e difesa”. Quelle dell’opposizione schierate contro, a prevedere il passo successivo della riforma, il controllo politico delle procure da parte del ministero della Giustizia, dunque del governo. Che diventerebbe, a ogni inizio di anno giudiziario, il titolare degli indirizzi investigativi, privilegiando (metti caso) tutti i reati tranne quelli dei colletti bianchi, che riguardino gli ingranaggi del potere. E dunque caccia aperta ai rave party, alle borseggiatrici delle metropolitane, un po’ meno ai torturatori di migranti, se titolari di accordi segreti con il nostro governo, da rimpatriare senza impicci con un volo di Stato.