di Venanzio Postiglione
Corriere della Sera, 12 giugno 2026
Il diritto di espressione non è diritto di aggressione, come ha spiegato John Stuart Mill. Succede. Anche spesso. E viene da piangere. Una persona perde la vita, la notizia finisce sui social, i commenti sono pieni di dolore, poi qualcuno comincia a insultare chi è appena morto, immagina chissà quale complotto, getta fango senza una ragione. La chiamano libertà di espressione. Ma così diventa un inganno, una trappola universale, un dirupo in cui cadono milioni di persone. Il diritto all’odio non esiste: nella vita comune, nella Costituzione, nei tre millenni (e più) di civiltà sui cui è costruito il mondo. Da sempre, e per sempre, la libertà è associata alla parola gemella. Rispetto. Sono termini che si specchiano e si danno forza, vivono in perenne equilibrio. I miei diritti in simbiosi con i tuoi e i tuoi collegati ai miei: non c’è altra strada. A distanza di un anno e quattro mesi, ci sono frasi che bruciano ancora.
Il 14 febbraio 2025 il vice presidente americano J.D. Vance, alla Conferenza di Monaco, con un discorso che è diventato (purtroppo) un manifesto della nostra epoca, ha accusato l’Europa di soffocare la libertà di espressione. Un insulto (meglio: un’aggressione) contro gli alleati storici. La Casa Bianca, il 5 dicembre 2025, nel documento sulla “Strategia di sicurezza nazionale”, ha chiuso il periodo in bellezza. “Se va avanti così, tra vent’anni l’Europa non sarà più riconoscibile. C’è il rischio reale ed evidente che la sua civiltà venga cancellata. La Ue sta mettendo a rischio la libertà politica e la sovranità degli Stati”. Il Corriere della Sera ha fatto un titolone, come per le giornate storiche: “L’attacco choc di Trump all’Europa”. Perché Donald, e con lui una fetta del populismo globale e una fetta del mondo social, ha un’idea semplice e brutale della libertà: il diritto del forte sui deboli. Dire ogni cosa. Al di là della realtà dei fatti e della sensibilità degli altri. Al di là delle regole (scusate la parola) della vecchia Europa. Mentre tutti sappiamo che l’idea, il concetto, forse la più grande invenzione dell’uomo, ha valore se è “interdipendenza delle libertà”.
John Stuart Mill provò a spiegarlo nel 1859. “La prima massima è che l’individuo non deve rendere conto alla società delle proprie azioni, se queste riguardano solo gli interessi suoi e di nessun altro. La seconda massima è che all’individuo si può chiedere conto delle azioni che possono pregiudicare gli interessi altrui: e gli si possono infliggere delle punizioni sociali o legali, se la società ritiene che siano necessarie alla propria salvaguardia”. Come dire: la libertà è sacra, sempre, è la vita stessa: ma senza ferire o calpestare gli altri. Altrimenti la Statua che accoglie (accoglieva) il mondo a New York avrà in mano una clava al posto della fiaccola. L’equivoco planetario sulla libertà è un altro tema che ci riguarda. Il free speech, benemerito, impiega un attimo a diventare hate speech, discorso d’odio. Un post o una foto sui social e qualcuno, sentendosi padrone di farlo, commenterà con un diluvio di rabbia o di follia. Protetto dall’anonimato. Difficile fermare l’istante in cui il diritto di espressione è diventato diritto di aggressione. Difficile anche tornare indietro. Ma neppure un’epoca così bizzarra può trascinare la libertà in un’arena. Dall’antica Roma, invece della legge abbiamo ereditato i gladiatori.









