di Matteo Soro
Corriere della Sera, 1 agosto 2026
Vittorino Andreoli, lo psichiatra amico di don Mazzi- Classe ‘40, psichiatra e scrittore era legato a don Mazzi da mezzo secolo di amicizia: “Era uno che con i ragazzi era un ragazzo, anche a 96 anni. Ti raccontava di quand’era giovane e volevi ascoltarlo fino in fondo”. “Quelli come lui sono i folli di Dio, i matti di Dio… Persone grandi… I media si occupano tanto dei ricchi: bisogna raccontare la vera ricchezza!”. Al telefono c’è il professor Vittorino Andreoli, classe ‘40, psichiatra e scrittore. Due “veronesi de soca”, lui e don Mazzi. Legati da mezzo secolo di amicizia. Compresa l’“eresia” di Exodus.
Andreoli, un ricordo dell’amico don Mazzi?
“Vede, il legame con don Antonio dura probabilmente da cinquant’anni. Io quando incontro qualcuno, per difetto professionale, cerco di farne una lettura di personalità. E quindi in lui ho potuto vedere un uomo straordinario, un grande uomo prima che un grande prete, prima che un grande santo”.
Cosa rende un uomo grande, Andreoli?
“Quando un uomo è grande può fare quello che vuole, il prete, il medico, tutto… perché pesca nell’umano e nei limiti di cui ciascuno di noi è fatto”.
Perché don Mazzi era un grande uomo?
“Perché viveva per gli altri. Lui era un esempio di cosa vuol dire l’umiltà. Umiltà deriva da humus, significa essere la terra, ch’è l’opposto della modestia. Il modesto, ch’io fatico a tollerare, è quello che avverte di essere importante ma si abbassa per potersi mettere al livello degli altri. Don Antonio era terra, la dimostrazione di come l’umiltà sia la forza per aiutare. E la sua era la forza della fragilità, un tema che io amo molto”.
Cosa intende per “forza della fragilità”?
“Intendo il contare niente. Perché se si ha questa percezione di sé, si può arrivare a sconvolgere il mondo. Grazie a quella percezione, il potere lo si distrugge”.
Come riassumerebbe quanto fatto da don Mazzi per i giovani?
“Era uno che con i ragazzi era un ragazzo, anche a 96 anni. Ti raccontava di quand’era giovane lui, ch’era un “bastardino”, e volevi ascoltarlo fino in fondo. Così quando uno dei quei ragazzi gli si sedeva davanti, arrivava a percepire come un altro mondo. Vederlo nell’ultimo periodo, così timoroso di non farcela… non so bene come spiegarlo… eppure giusto alcuni mesi fa avevamo fatto una conferenza insieme per il 40esimo anniversario di Exodus. Lei lo sa com’è nato Exodus?”.
È una storia che in tanti ascolterebbero mille volte senza mai stancarsene…
“Erano i tempi, 40 anni fa, in cui la tossicodipendenza distruggeva i ragazzi. All’epoca morivano nei cessi, scusi la parolaccia, ma è per indicare il luogo dove si nascondevano. Era un perdersi, la droga. E allora ecco i centri, il metadone… E lui, don Mazzi, cos’è andato a pensare?”.
I caravan…
“Ha preso dei caravan e ha detto: io questi ragazzi li carico su e li mando in giro per l’Italia, così si distaccheranno dall’ambiente e dovranno fermarsi dove c’è qualcuno da aiutare. Pensi che roba. Lui, anziché vedere ragazzi a pezzi, ha visto ragazzi che potevano aiutare gli altri”.
Alla base della prima Carovana Exodus c’è l’aneddoto della telefonata con il presidente della Regione Lombardia…
“Un giorno don Antonio mi dice: attento che ti telefona il presidente della Regione Lombardia, ti chiederà un parere, tu devi dire che sei d’accordo. Io gli risposi: senti, adesso ti ho ascoltato, poi quando ci vediamo ti prenderò in cura….”.
E la telefonata arrivò…
“Sì, pochi minuti dopo. Era l’allora presidente della Regione Lombardia che mi diceva: senta, abbiamo sentito don Mazzi, ci ha parlato di un progetto sui tossicodipendenti, noi saremmo disposti a sostenerlo ma ci chiediamo se c’è una dimensione scientifica”.
E lei cosa rispose?
“Gli dissi: è un’idea meravigliosa. Non sapevo nemmeno di cosa si trattasse. Poco dopo diedero a don Mazzi il supporto per iniziare”.
Qual è il suo primo pensiero, Andreoli, ora che don Mazzi non c’è più?
“Senta, io gli volevo molto bene. Spero che questa sua opera continui. E spero soprattutto che su di lui sia posto un segno, perché altrimenti se lo dimenticano. Lo scriva anche lei: parliamo di un figlio di Don Calabria. Questi sono i folli di Dio, i matti di Dio! Sono le persone, grandi, che quando hanno dei soldi li danno ai poveri. I media si occupano tanto dei ricchi: dite chi sono i veri ricchi…”.










