di Danilo Taino
Corriere della Sera, 20 marzo 2022
Putin ha contato sulle deboli risposte di Europa e Usa nei casi di Georgia, Siria, Yemen, Hong Kong e in varie altre occasioni. L’Occidente ha certamente compiuto un rosario di peccati che hanno portato all’invasione dell’Ucraina. Forse, sta perseverando. No, non è che si è espanso troppo fino a minacciare la Russia: quando cadde il Muro di Berlino e iniziò il disfacimento dell’impero sovietico, in Europa erano presenti più di 315 mila soldati americani, nel 2021 erano ridotti a meno di 64 mila.
Il numero delle testate nucleari della Nato sul territorio europeo è sceso del 98% rispetto al massimo raggiunto all’apice della Guerra Fredda, ora sono un centinaio. È vero che la Nato si è ampliata, molti Paesi dell’ex Patto di Varsavia sono entrati ma nessuno di questi, non uno, e nemmeno quelli storici hanno mai minacciato Mosca. I peccati sono altri e purtroppo parecchi governi non ben disposti verso Stati Uniti ed Europa li conoscono e li studiano.
Quando, nel 2008, Vladimir Putin ha attaccato la Georgia, abbiamo fatto spallucce. Un’indagine dell’Unione europea criticò equamente Mosca e Tbilisi e addirittura indicò nel presidente georgiano Mikheil Saakashvili l’iniziatore delle ostilità. Nel 2013, Barack Obama tracciò una linea rossa: se il regime siriano di Bashar Assad avesse usato armi chimiche contro la popolazione, Washington sarebbe intervenuta. La notte del 21 agosto di quell’anno, i militari siriani le usarono in un quartiere di Damasco controllato da forze ribelli, quasi 1.500 morti, 400 bambini. Ma Obama cambiò idea e il mondo capì di essere senza il gendarme di un tempo. La prima invasione russa dell’Ucraina, nel 2014, terminata con l’annessione della Crimea e la creazione di due regioni separatiste, fu seguita da sanzioni pallide, se paragonate alla violazione che fu. Ma non se ne trasse lezione.
Nel 2016, il bombardamento a tappeto di Aleppo da parte degli aerei russi e siriani - più di 440 morti, 90 bambini - emozionò, ma non insegnò. Nel frattempo, il transfuga russo Alexander Litvinenko moriva avvelenato dall’esposizione al polonio in una tea-room di Londra. Il politico liberale e critico di Putin Boris Nemtsov camminava su un ponte non lontano dal Cremlino quando un killer lo assassinò con sette colpi di pistola. Prima, la giornalista e attivista dei diritti civili Anna Politkovskaja, uccisa nell’ascensore di casa. Più di recente l’avvelenamento e l’imprigionamento di Alexei Navalny, altro oppositore dell’uomo del Cremlino. Molti articoli, ricordi di spionaggio e Guerra Fredda ma conseguenze mai tratte davvero.
E Hong Kong? La distruzione della metropoli così come l’avevamo conosciuta, con le sue leggi e la libertà di espressione, riportata con le cattive maniere sotto il tallone del Partito Comunista di Pechino. Pallide conseguenze. E le provocazioni verso l’Europa di Recep Tayyip Erdogan? Premiate con i miliardi dell’Unione europea. E la destabilizzazione del Medio Oriente da parte del regime degli ayatollah iraniani per interposto gruppo armato in Iraq, in Siria, a Gaza, in Libano, nello Yemen? C’è chi pensa sia solo un problema di Israele. Infine, l’abbandono caotico e da fine impero dell’Afghanistan. Sempre, proteste occidentali, inconcludenti ricorsi alle Nazioni Unite, reset delle relazioni annunciati, telefonate dall’Eliseo e dal Bundeskanzleramt al Cremlino.
Aveva questo Occidente, queste democrazie davanti agli occhi quando, isolato nel suo bunker asettico, Vladimir Putin ha deciso di invadere l’Ucraina? Sicuramente ha contato su una risposta debole e impacciata di Stati Uniti ed Europa: sulla base dell’esperienza per la quale gli autocrati e i dittatori se la cavano con pochi danni, di questi tempi. Ha sbagliato i conti, probabilmente: l’invasione e i massacri sono troppo un’enormità per entrare nello stesso, lungo elenco di casi in cui le democrazie si sono voltate dall’altra parte. Forse la guerra la sta perdendo, gli ucraini sono eroici, Zelensky è Davide contro Golia e certamente le sanzioni economiche avranno nel tempo effetti massicci sull’economia della Russia. Ma se la sua lettura è la stessa di quella di Xi Jinping, cioè il declino inarrestabile dell’Occidente e dei suoi valori, continuerà a contare sul cedimento, basterà alzare la posta e la brutalità per dire alla fine “ho vinto”. Non è detto che così accada. Ma è probabile che le democrazie si trovino presto di fronte alla scelta di cessare le importazioni di gas e petrolio dalla Russia e di aiutare maggiormente gli ucraini a controllare i cieli. Doloroso e rischioso: dopo tanti peccati è il momento della penitenza.










