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di Anna Mastromarino

La Stampa, 9 febbraio 2026

L’intervento del Presidente della Repubblica ha certamente consentito al nuovo pacchetto-sicurezza adottato dal governo di non cadere in una manifesta incostituzionalità che sarebbe stata inevitabile, per esempio, includendo improbabili scudi o provvedimenti preventivi di sapore repressivo di cui, pensando al passato, facciamo volentieri a meno. D’altra parte, il ruolo di mera garanzia del Presidente impone dei limiti al suo operato: non può e non deve entrare nelle valutazioni politiche di un organo che ritiene di dover agire con urgenza. Poco o nulla può, dunque, di fronte al significato che un decreto legge come quello di cui andiamo parlando riveste rispetto al sistema nel suo complesso e rispetto all’idea che i cittadini si possono fare dei loro spazi di libertà, delle prerogative di esercizio di quelle libertà, del senso che i diritti che la Costituzione riconosce possono avere nei processi di costruzione di dinamiche di potere equilibrate e contenute.

La costituzionalità formale delle regole introdotte è solo uno degli spazi che deve interessare (o forse in alcuni casi preoccupare) una costituzionalista. Di questo aspetto si è occupato con fermezza Sergio Mattarella e ancora se ne occuperanno i giudici valutando i casi concreti con il fine di assicurare coerenza costituzionale al sistema.

Non di meno, si diceva, restano praterie di riflessione lungo le quali dobbiamo avventurarci per non restare intrappolati nelle sabbie mobili delle emozioni del momento. Voglio dire che pur avendo ancora negli occhi le immagini degli scontri di Torino, non dobbiamo dimenticare che un intervento normativo che vuole, come nel caso di specie, tendere a un cambiamento sul lungo periodo non può mai essere dettato solo dall’urgenza e dall’emotività. Interrogarsi sulla sua proiezione nel tempo e sugli effetti di ampio respiro è doveroso.

Non mi soffermerò, dunque, su un’analisi dei singoli articoli. Preferisco constatare che questo testo, al di là del piano formale, non coglie lo spirito della Costituzione. In un certo senso la travisa nella misura in cui ancora una volta punta sulla sicurezza intesa come limitazione della libertà personale, tralasciando completamente un ragionamento sul concetto di legalità, come presupposto di convivenza nello spazio pubblico.

Non è la prima volta che si scrive sicurezza per dire repressione, diffidenza, paura, ignorando volutamente i valori su cui si fonda la Costituzione dove non si parla espressamente di sicurezza, ma dove si insiste sulla libertà dei singoli individui di costruire le loro personalità e quindi le loro vite attraverso reti di socialità, in una sorta di “costituzionalità in pubblico” che la logica dell’allarme su cui si fonda questo decreto prova ad annientare.

La sicurezza è, prima di tutto ed essenzialmente, legalità intesa come consenso e come spazio di esercizio delle libertà nel rispetto della Costituzione. Agire nell’impeto delle emozioni può portarci a dimenticare un aspetto fondamentale: mentre la sicurezza come repressione si impone attraverso un sistema di sanzioni e di controllo che genera isolamento e paura, la sicurezza declinata in termini di legalità si costruisce attraverso l’educazione.

C’è un tempo per reagire e un tempo per agire. La reazione può essere immediata, l’azione deve fondarsi sulla riflessione e l’analisi. C’è da augurarsi che nel dibattito in Parlamento per l’eventuale conversione del decreto in legge vi sia tempo e spazio per questa riflessione. Per interrogarsi, per esempio, sulla necessità di tornare a finanziare la cultura e l’educazione come presupposto di legalità. A investire nelle scuole, nelle università, negli spazi di socializzazione per tenere vivo lo spirito della Costituzione che resta lettera morta se non lo alimentiamo e sosteniamo con fondi e politiche.

La risposta dei pubblici poteri alla violenza di alcuni non può essere lo stato di emergenza e repressione per tutti. La risposta a un problema strutturale non può essere contingente e senza una progettualità. Al di là delle singole disposizioni, sarebbe questo sguardo puntato a terra, anziché verso l’orizzonte a rendere questo decreto contrario allo spirito di una Costituzione che ripudia la violenza in ogni sua forma e come strumento di raggiungimento di qualunque fine, ma crede nel conflitto e nel dissenso come strumenti per sviluppare il pensiero critico democratico e come condizione della democrazia che non può fare a meno dell’altro anche quando l’altro la pensa diversamente.