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di Nathalie Tocci

La Stampa, 20 novembre 2024

L’invasione russa dell’Ucraina, che dura da oltre mille giorni, attraversa un nuovo ciclo di escalation da parte della Russia. L’attacco di droni e missili sulle città di Odessa e Sumy, così come il dispiegamento di circa 11mila soldati, missili e artiglieria pesante nordcoreani nella regione russa di Kursk - è la prima volta in cui soldati dall’Asia-Pacifico combattono su suolo europeo dalla seconda guerra mondiale - ne sono manifestazioni lampanti. Così come lo è la revisione della dottrina nucleare della Russia, proposta a settembre e approvata ieri dal presidente Putin.

I cambiamenti determinano le nuove condizioni, infinitamente più lasche, che permetterebbero l’utilizzo di armi nucleari. Già da tempo Mosca ha sfumato la distinzione tra il convenzionale e il nucleare, essenzialmente vedendo entrambi gli strumenti militari come potenzialmente utilizzabili in guerra. Ora specifica che un attacco di uno Stato non-nucleare (tradotto, l’Ucraina), se appoggiato da Stati nucleari (tradotto Usa, Francia e Regno Unito), sarebbe considerato un attacco congiunto, che a sua volta legittimerebbe una risposta nucleare della Russia.

Nella guerra in Ucraina, la minaccia nucleare da parte del Cremlino non è una novità. Sin dai primi mesi del conflitto, quando l’illusione di Putin di una rapida vittoria si infranse contro la realtà della resistenza ucraina, Mosca ha utilizzato la minaccia politica dell’uso dell’atomica come uno strumento, purtroppo molto efficace, nella sua strategia di guerra.

Se non ci fosse stato il terrore nucleare, che il presidente americano uscente statunitense Joe Biden ha ripetutamente definito come lo spettro della terza guerra mondiale, l’Occidente non avrebbe ritardato e limitato il suo sostegno a Kyiv, di fatto sostenendo l’Ucraina sì, ma legandole altresì un braccio dietro la schiena. Dico purtroppo per due motivi. Il primo è legato al fronte bellico. Se Washington, Berlino e le altre capitali europee non fossero state vittime della propria paura, la guerra probabilmente sarebbe già finita, con una sconfitta delle ambizioni imperiali della Russia non solo in Ucraina ma nel resto dell’Europa orientale. Il secondo motivo è perché la paura occidentale ha permesso a Mosca di storpiare, fino a distruggere, il concetto alla base della deterrenza nucleare.

La deterrenza nucleare, incardinata nel principio che una guerra nucleare non può essere vinta e quindi non deve essere combattuta, è stato trasformato in ricatto nucleare: una guerra non deve essere per forza vinta attraverso strumenti convenzionali; basta minacciare l’uso dell’arma atomica e il gioco è fatto. La fine della deterrenza nucleare non è significativa “solo” in Ucraina, ma sta incentivando la corsa al nucleare in altre regioni. Basti pensare al Medio Oriente dove l’Iran, avendo visto l’indebolimento di due dei suoi tre pilastri di deterrenza (la difesa missilistica e le milizie filo-iraniane) con ogni probabilità punterà sull’accelerazione del terzo pilastro: il proprio programma nucleare.

Non è un caso che Putin abbia dato luce verde alla revisione della dottrina nucleare russa in seguito al sì statunitense all’utilizzo di missili lungo raggio in Russia da parte di Kyiv, disco verde che l’Ucraina ha già utilizzato per colpire un deposito di armi nella regione russa di Bryansk, a 115 chilometri dal confine. Il Cremlino aveva già minacciato ripetutamente di interpretare l’eliminazione delle restrizioni occidentali sull’impiego oltrefrontiera dei missili a lungo raggio come evidenza dell’entrata dei Paesi Nato in guerra, sfoderando nuovamente la minaccia atomica.

Ora, la revisione della dottrina nucleare russa va ad alimentare il ricatto. Finora la minaccia nucleare non è stata che una minaccia, e ciò ne ha determinato l’efficacia. Non possiamo sapere se ora cambierà qualcosa. Sappiamo invece che aver ceduto fino ad ora al ricatto non ha portato alla fine della guerra in Ucraina, ma ha incentivato la proliferazione nucleare altrove. C’è chi pensa o spera che questo ciclo di escalation sia la tempesta prima della calma, una calma che presumibilmente arriverebbe quando il presidente eletto Donald Trump, svendendo l’Ucraina, raggiungerà con l’amico Putin un accordo sopra le teste degli ucraini e di tutti gli europei.

Ma l’escalation in corso racconta un’altra storia. Non è affatto escluso che Putin veda in questo momento l’opportunità di affondare il colpo, proseguendo la guerra in Ucraina e forse andando oltre. Interpretare la luce verde ai missili a lungo raggio come sintomo dell’entrata in guerra dei Paesi Nato potrebbe essere funzionale a un possibile allargamento del conflitto da parte della Russia.

Né possiamo escludere che così facendo vedremo di nuovo Putin fare il passo più lungo della gamba. Se la cautela e la paura hanno caratterizzato le politiche dell’amministrazione Biden (e degli alleati europei) a spese dell’Ucraina, non è detto però che la stessa prudenza sarà il marchio di fabbrica della nuova amministrazione americana. Può essere che arriverà la calma dopo la tempesta, ma oggi, oltre alla tempesta, si intravedono solo nubi nere all’orizzonte.