di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 12 aprile 2025
Ancora irrisolta la “successione” al Dap. Non si ferma l’esodo dei magistrati arruolati dal Guardasigilli Carlo Nordio al ministero della Giustizia. L’ultimo in ordine di tempo a chiedere di andarsene e rientrare in ruolo è Luigi Birritteri, capo del Dag, il Dipartimento degli affari di giustizia, ma secondo voci ben informate è prossimo a compiere lo stesso passo anche Gaetano Campo, al vertice del Dog, Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria. Sono due tra le articolazioni più importanti del dicastero. Al Dag sono affidate la gestione amministrativa dell’attività giudiziaria, l’attività preliminare all’esercizio delle competenze ministeriali in materia penale e civile, la cooperazione internazionale; al Dog spetta, fra l’altro, il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia e la gestione del personale amministrativo.
Motivazioni ufficiali degli addii non ce ne sono, ma da tempo il clima al ministero è diventato difficile. Non solo per gli attriti sempre più forti tra Nordio e i magistrati, che provocano un certo imbarazzo tra le toghe distaccate in via Arenula, ma anche per i rapporti interni agli uffici. Soprattutto da quando s’è n’è andato, ormai più di un anno fa, il capo di Gabinetto scelto dal ministro all’inizio della sua esperienza, Alberto Rizzo, per l’efficienza veneta mostrata quando presiedeva il tribunale di Vicenza. Quelle dimissioni, dovute a una crescente incompatibilità con l’attivismo della sua vice Giusi Bartolozzi (magistrata in aspettativa e deputata di Forza Italia nella scorsa legislatura) hanno lasciato campo libero alla stessa Bartolozzi, divenuta una sorta di “ministro ombra” a sentire chi riferisce di frequenti tensioni con gli altri collaboratori del Guardasigilli.
Prima di essere nominato a capo del Dag da Nordio, Birritteri è stato al vertice del Dog con ben cinque ministri, di destra, di sinistra e “tecnici”: da Angelino Alfano ad Andrea Orlando passando per Nitto Palma, Annamaria Cancellieri e Paola Severino. Poi era andato alla Procura generale della Cassazione, da dove Nordio lo richiamò per guidare il Dag; ora tornerà al “palazzaccio” di piazza Cavour, ma già lo scorso anno aveva manifestato la volontà di lasciare quando s’era messo in corsa per il posto di segretario generale del Csm.
Altri che hanno lasciato sono Maria Rosaria Covelli, a capo dell’Ispettorato fino allo scorso anno, e a dicembre 2024 il capo del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Giovanni Russo. Queste sono state le dimissioni più rumorose, per il prestigio e la responsabilità del ruolo (che prevede il comando della polizia penitenziaria, una vera e propria forza armata) e per la situazione di emergenza in cui versano le sovraffollate carceri italiane. Da oltre tre mesi senza un responsabile nel pieno dei suoi poteri. Nordio (ma forse sarebbe più esatto dire più il sottosegretario Andrea Delmastro, che ha la delega sulla penitenziaria) aveva scelto di promuovere l’attuale vice, Lina Di Domenico, già magistrata di sorveglianza in Piemonte, che sta svolgendo il ruolo di supplente e alla quale il Csm ha dato il via libera per il nuovo incarico.
Si tratta però di una nomina da concordare con il presidente della Repubblica che deve firmarla, che invece Sergio Mattarella ha visto annunciata e decisa senza saperne niente. Ne è derivato uno stallo tra governo e Quirinale che non è stato ancora superato. L’altro ieri in Senato il ministro ha detto che la nomina “sarà abbastanza imminente”, una strana formula da cui non si capisce quando il Dap avrà il suo nuovo capo. E soprattutto chi sarà.
Anche l’addio di Russo è collegato a tensioni interne al ministero, stavolta però con il sottosegretario Delmastro. Del quale l’ex capo del Dap aveva rivelato davanti ai giudici l’insistenza quando gli chiese, a gennaio 2023, informazioni sui colloqui dell’anarchico Cospito con alcuni detenuti mafiosi ristretti come lui al “41 bis”, rivelati poi in Parlamento e per i quali Delmastro è stato condannato in primo grado. Nordio ha provato a minimizzare sostenendo che è “perfettamente naturale” per un magistrato tornare a svolgere le proprie funzioni dopo due-tre anni di esperienza ministeriale; ma Russo non ha lasciato il Dap per tornare a indossare la toga: ha solo cambiato ministero, trasferendosi agli Esteri.











