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di Alberto Infelise e Giuseppe Salvaggiulo


La Stampa, 18 agosto 2020

 

Centosettantamila nel 2014, 154 mila nel 2015, 181 mila nel 2016, 119 mila nel 2017. Per capire se i quasi seimila migranti arrivati a Lampedusa nello scorso luglio siano da considerare un segnale di "invasione", bisogna partire da questi numeri. Che sono quelli della "grande migrazione", sia attraverso le rotte del Mediterraneo sia attraverso la rotta balcanica, in anni in cui le forti tensioni nel Medio Oriente e in Nord Africa avevano un immediato riflesso nelle partenze verso l'Europa. Gli anni delle grandi stragi in mare, delle navi della Marina militare che si spingevano fin quasi davanti alle acque territoriali della Libia, con la Guardia costiera impegnata ben oltre le dodici miglia nautiche delle acque italiane, con le navi umanitarie delle Ong tutte in mare.

Quello scenario non esiste più. Cancellato dalle mutate situazioni geo-politiche, da accordi più o meno limpidi, dal cambio di missione per le navi militari, dalla istituzione di una Guardia costiera libica - la "cosiddetta Guardia costiera libica" la definiscono le organizzazioni umanitarie -, da flussi di denaro più o meno tracciabili perché qualcuno facesse, faccia, quel "lavoro sporco" che uno stato democratico non può permettersi di fare. Il resto è propaganda, a favore o contro che sia. Basti pensare alla teoria dei "porti chiusi": chiusi alle navi Ong e a volte anche a quelle militari, aperti come sempre agli arrivi alla spicciolata di decine, centinaia di barchini, quelli dei cosiddetti "sbarchi autonomi".

Secondo Frontex, l'agenzia dell'Ue per le frontiere, quest'anno sono finora due le rotte dei migranti che hanno registrato importanti incrementi: quella balcanica e quella del Mediterraneo centrale, cioè la rotta via mare che da Libia e Tunisia arriva in Sicilia o a Malta. Con dati al 30 giugno scorso, la "balcanica" registra un +73% rispetto all'anno scorso (9256 persone, i due terzi sono siriani), quella del Mediterraneo centrale un + 86% anche se il numero assoluto, 7186 persone soprattutto tunisine e bangladesi, è più basso. In calo, invece, le altre due rotte via mare: -56% (4451 persone) per quella del Mediterraneo occidentale (Marocco e Algeria verso la Spagna), -47% (11.912 persone, afgani e siriani soprattutto) quella del Mediterraneo orientale (Turchia-Grecia).

La "profezia" - Anche in questa estate che già agli inizi di giugno il procuratore aggiunto di Agrigento Salvatore Vella, il pm che indaga da anni sugli sbarchi a Lampedusa e sulle coste dell'Agrigentino, previde sarebbe stata "calda" e non certo per le temperature, gli sbarchi autonomi attraverso la rotta del Mediterraneo centrale hanno rappresentato la parte più consistente degli arrivi di migranti in Italia. Estate calda, diceva il pm Vella, aggiungendo che i migranti sarebbero stati quasi tutti tunisini e sarebbero arrivati "quasi tutti a Lampedusa". Non essendo un preveggente ma solo un magistrato che studia il fenomeno sulla base delle informazioni che acquisisce, l'aumento di arrivi che ha fatto schizzare in alto la statistica del 2020, per gli addetti ai lavori non deve essere stata una grande sorpresa. Basta guardare il "cruscotto statistico" del ministero dell'Interno dove più di un terzo di tutti gli arrivi del 2020 è composto da tunisini: 6727 su 16.031 arrivati (dato al 17 agosto). La seconda comunità più numerosa, quella dei bangladesi, non arriva a 2400 persone mentre tutte le altre nazionalità sono sotto il migliaio (873 Costa d'Avorio, 793 Algeria, 568 Pakistan, 559 Sudan, 505 Marocco).

La Tunisia - Dunque, il centro delle partenze di questa estate "calda" non è più la Libia, da dove pure continuano a partire barconi e gommoni ma con la Guardia costiera libica sempre più impegnata nel riportare indietro con le buone e con le cattive chi è in mare, bensì la Tunisia. Perché? "Anzitutto la crisi economica di quel Paese - dice Carlotta Sami, portavoce dell'Unhcr, l'agenzia Onu per i rifugiati - poi c'è anche la situazione del Covid. Ma bisogna guardare i numeri con un orizzonte temporale più ampio. In luglio sono arrivati quasi solo tunisini, da inizio anno i tunisini rappresentano il 39 per cento di tutti gli arrivi via mare, ma va sottolineato come in queste settimane siano arrivate pure famiglie con bambini anche appena nati, donne e madri sole, un segnale da tenere sott'occhio e che ha a che fare con la crisi che sta vivendo quel Paese".

Nei giorni scorsi c'è stato chi si è affrettato a far notare che le partenze dalla Tunisia erano calate drasticamente nella prima settimana di agosto, fino ad azzerarsi per cinque giorni. Frutto dei rinnovati accordi con la Tunisia, si era detto. Ma le ragioni per rallentare e, anche a fermare, i flussi di migranti le dicono le dinamiche rilevate in questi anni, con il fattore più potente, quello del meteo: con il mare grosso non si parte. E questo è quanto è accaduto in quei giorni. E infatti, con precisione cronometrica, tornato calmo il mare, dal 10 agosto sono ripresi gli arrivi di barchini a Lampedusa.

Partono dalle isole Kerkennah o da altri porti come quelli di Sfax e Mahdia e percorrono con poca difficoltà il centinaio di miglia marine che separa la costa tunisina da quella lampedusana. Da soli o, ha scoperto recentemente la procura di Agrigento, con l'aiuto di veri pescherecci che fanno da "navi madre": i pescatori imbarcano i migranti che pagano il viaggio o prestano in cambio il loro lavoro a bordo; poi, in vista della costa di Lampedusa, li fanno salire sui barchini che hanno al seguito e che sono utilizzati per la pesca al "cianciolo" e li fanno arrivare in poco tempo a destinazione. Ma il "destino" di questi migranti, che spesso vorrebbero solo attraversare il Paese per andare altrove, è in qualche modo segnato.

Perché, mentre chi arriva dalla Libia è da considerarsi quasi sempre profugo dato che quel Paese, come pure molti degli altri Paesi di provenienza dei migranti, è teatro di guerra, lo stesso non può dirsi per chi arriva dalla Tunisia, anche se da indagini della procura di Agrigento si sa che alcuni trafficanti libici hanno spostato in quel Paese confinante i loro "affari". Perché i tunisini non si possono considerare rifugiati ma solo "migranti economici" e dunque il loro immediato futuro, se non riescono a fuggire e a far perdere le loro tracce, sarebbe quello del rimpatrio; anche se poi gli accordi tra Italia e Tunisia prevedono la "restituzione" di poche decine di persone alla settimana. Le "fughe" dai centri di accoglienza, nei numeri un fenomeno recente, vanno visti in questa ottica: in questo Paese sono clandestino, la quarantena mi fa perdere tempo, cerco di andare via da qui per raggiungere la mia destinazione il prima possibile. Di recente, più di qualcuno prova anche a fare il furbo, dichiarandosi omosessuale e come tale persona perseguitata in Tunisia e dunque meritevole di protezione umanitaria; ma difficilmente la ottiene.

A Lampedusa, comunque, la situazione resta sotto controllo da parte di forze dell'ordine e prefettura di Agrigento ma desta invece qualche ulteriore preoccupazione sull'isola, già piegata dall'emergenza coronavirus e dalla conseguente crisi del turismo che per le Pelagie è, e resta, la principale fonte economica: "Lampedusa è cambiata", ha detto l'altro il giorno il pm Vella. Un'amara constatazione, dopo tanti anni di generosa disponibilità all'accoglienza.

Ma a farla cambiare, più che i migranti e quella catasta di barchini abbandonati, ammassati al molo Favaloro in attesa di essere smaltiti, è la crisi economica che sta mettendo in ginocchio operatori turistici, albergatori, ristoratori, perfino gli stessi pescatori, come più volte ripetuto dal sindaco Totò Martello che questi problemi, assieme a quello dei pescatori di altri Paesi che gettano indisturbati le reti davanti all'isola, li ha elencati al ministro dell'Interno Lamorgese, ottenendo la promessa che saranno portarli al tavolo del governo. Gli sbarchi, dunque, sono solo l'ulteriore elemento che fa abbassare l'umore degli isolani.

Migranti e Covid - Nella narrazione sulla paura dei migranti, quest'anno si aggiunge anche la paura del Covid e la paura che a portarlo siano proprio loro: "Dall'inizio della pandemia a oggi - spiega Carlotta Sami dell'Unhcr - i migranti arrivati via mare risultati contagiati sono appena il 2 per cento, e peraltro sono tutte persone testate, ora anche con i tamponi". Dello stesso avviso uno studio dell'Ispi, l'Istituto di studi di politica internazionale, firmato dal ricercatore Matteo Villa: "Negli ultimi 31 giorni sono sbarcati 99 migranti positivi al Covid - ha twittato qualche giorno fa Villa -. Nello stesso periodo di tempo, i nuovi contagi in Italia sono stati 199 al giorno. Facciamo che basta?".

Ma ogni giorno arrivano notizie di migranti positivi, anche se si trovano in quarantena all'interno degli hotspot e dei centri di accoglienza. Notizie che allarmano la popolazione locale e che inducono i sindaci a protestare. Dopo gli ultimi casi, ad esempio, il primo cittadino di Pozzallo (Ragusa) ha chiesto, e ottenuto, l'invio dell'esercito per controllare la struttura ed evitare fughe, "altrimenti saremo noi stessi a presidiare l'hotspot". Lo stesso capo della polizia, Franco Gabrielli, qualche giorno fa ha detto che "non c'è un'emergenza sui numeri ma il tema emergenziale serio è quello della quarantena, per garantire una cornice di salute pubblica che questo Paese ha diritto di avere".

Il clima è dunque favorevole per alimentare timori e paure. Da anni proprio l'Ispi fa "fact-checking" e smonta bufale sul fenomeno migratorio, a partire da quella, cavalcata per anni, delle Ong in mare come "pull factor", fattore di attrazione, per le partenze dei migranti. E ha calcolato che dal 1° gennaio 2019 al 14 luglio scorso, ultimo dato disponibile, dalla Libia sono partiti ogni giorno in media 56 persone con le navi delle Ong in mare e 55 senza: "Un dato indistinguibile", afferma il rapporto.