di Mario Ricciardi
Il Manifesto, 28 luglio 2026
Anche la mediocrità ha una sua ferocia, che si manifesta in modi facili da ignorare, almeno fino a quando non ci coinvolge direttamente. Essa può trovare espressione anche in forme legali, giocando sui margini, dove la previsione astratta del diritto eguale per tutti deve combaciare con i requisiti da soddisfare per essere considerato cittadino, persona o semplicemente umano. Era su questo che faceva leva la strategia su cui puntarono i fini giuristi che, dopo la guerra di secessione, architettarono la legislazione che svuotava dall’interno le garanzie introdotte per tutelare gli ex schiavi liberati. Le leggi Jim Crow non cancellavano i diritti astratti previsti dagli emendamenti alla costituzione degli Stati Uniti adottati tra il 1865 e il 1870, ma li rendevano inerti, stabilendo requisiti per esercitarli disegnati in modo tale da essere applicati prevalentemente agli ex schiavi.
La coscienza del giurista moralmente agnostico trova facilmente soddisfazione in questo genere di dispositivi legali: “non si mette in discussione il diritto, ma se ne regolano le condizioni di esercizio”. Era attraverso questa tecnica che decine di migliaia di neri venivano esclusi dal voto senza essere privati formalmente del diritto di votare. Ci vollero cento anni per restituire operatività e pienezza normativa agli emendamenti sui diritti civili. Una conquista costata fatica e sangue, che ha fatto immaginare la chiusura definitiva della questione della razza negli Stati Uniti, e la conseguente instaurazione di un regime di eguaglianza nel quale anche un nero figlio di un immigrato africano può essere eletto presidente.
Eppure, proprio nel momento in cui la questione sembrava risolta, il risentimento di chi non accetta l’eguaglianza riemerge e trova riconoscimento politico nel movimento che ha portato all’elezione di Donald Trump, e al dominio da parte della destra radicale che lo sostiene sul partito Repubblicano. Gli emendamenti approvati per accogliere gli ex schiavi tra i cittadini, garantendo che si sentissero pienamente a casa insieme a coloro che un tempo chiamavano “padroni”, tornano al centro dell’attenzione di fini giuristi che lavorano per renderli inoperativi.
Negli Stati Uniti ci sono centinaia di strade dedicate a Martin Luther King, ma ci sono anche quasi due milioni di persone in prigione, o in altre forme di detenzione, molte delle quali sono minorenni. Una parte significativa (nelle prigioni federali la percentuale è 7 su 10) di questi reclusi sono neri o appartengono a altre minoranze. A fare questa osservazione è Angela Davis, in un saggio (Freedom is a Constant Struggle) in cui sottolinea il carattere centrale che la questione carceraria ha assunto nel capitalismo reale statunitense, cui anche molti paesi europei hanno guardato, e guardano ancora, come un modello da cui prendere esempio.
Questa è la cornice entro la quale dovremmo collocare le misure repressive adottate negli ultimi anni dal governo Meloni, e l’approccio complessivo che la destra, anche in Italia, ha alla questione carceraria e al legame che essa ha con il rispetto dei diritti fondamentali delle persone. Nello stesso momento in cui si invoca clemenza, non potendo imporre immunità, per chi si fa giustizia da sé, purché ovviamente sia uno di noi, si rovescia su minori l’onere della prova relativamente ai requisiti di imputabilità, nella consapevolezza che una parte consistente di coloro cui questa disposizione potrebbe applicarsi avrebbe difficoltà a far valere i propri diritti.
La tecnica impiegata è la stessa che venne messa in atto nelle leggi Jim Crow. Si regolamentano i criteri di applicazione del diritto astratto per eroderne l’operatività per un gruppo di persone. Che l’intento sia discriminatorio (che riguardi cioè loro, non noi) è dichiarato da chi nella maggioranza descrive le nuove misure come disposizioni “anti-maranza”, alludendo a uno stereotipo etnico. Tra le ossessioni della destra, su entrambe le sponde dell’Atlantico, c’è quella di una storia da purgare di ogni elemento che metta in cattiva luce l’occidente, e la supremazia dell’uomo bianco che per secoli si è identificata con esso. Studiando la storia del colonialismo, infatti, si scopre che l’innocenza del bambino non vale per chi non viene riconosciuto come pienamente umano, perché ridotto alla condizione del bruto. Le testimonianze relative alle punizioni dei minori, e persino dei bambini, per violazione dei doveri imposti dal regime di sfruttamento sistematizzato dei nativi in atto nel Congo belga furono tra i fattori che condussero a una reazione morale contro il colonialismo in Europa. Oggi quella consapevolezza si va affievolendo, e c’è chi la ritiene obsoleta. Almeno per quel che riguarda i bambini degli altri, che vanno sottoposti a regimi di feroce disciplina.









