di Alessandro De Angelis
La Stampa, 11 dicembre 2023
Mancano esattamente sei mesi, ovvero ben centottanta giorni, oltre quattromila ore alle Europee. Praticamente un’eternità, ma sembra già domani: Salvini, dopo aver aperto la sua campagna elettorale con i “mostri” a Firenze, va comiziando sul gioielliere pistolero per prendere voti da destra; Giorgia Meloni pur di aprire - ammesso che ci riesca - i famosi centri in Albania, stanzia uno sproposito di denari ma vuoi mettere il gran finale a Durazzo. E nel frattempo, stoppa pure la nomina di Paola Concia (per non perdere voti a destra); Conte ha alzato i decibel sognando il sorpasso a sinistra; Elly Schlein per l’occasione ri-arruola la triade dei riservisti democristiani (Prodi, Letta e Gentiloni); Renzi invece è già capolista.
Insomma, tutti sono partiti con eccessivo anticipo perché tutti vivono l’appuntamento come una prova esistenziale, sovrastimandolo negli effetti (ricordate il 40 di Renzi e il 35 di Salvini o, in tempi meno recenti, l’exploit di Emma Bonino?). Mettetevi comodi e preparatevi al grande raglio della propaganda, sommandoci anche le quattro Regioni dove si vota di qui a giugno (Sardegna, Basilicata, Abruzzo e Piemonte) e i 3.700 comuni che mobilitano una pletora di decine di migliaia candidati.
In questa sproporzione temporale e di significato c’è il limite di una classe dirigente che vive di angosce e di bisogno di conferme immediate, in relazione al proprio destino: non il progetto, di cui non si capisce nulla, che detta i tempi della politica; ma una permanente insicurezza esistenziale che fa vivere tutto come una scadenza del qui e ora. E consuma slogan e iniziative, in una società che anch’essa metabolizza rapidamente le “scosse emotive” di cui ha parlato il Censis, dall’Ucraina alla Palestina fino a Giulia e al suo papà, finito anch’egli frullato nel gioco mediatico.
Lì dove invece l’appuntamento rappresenta realmente una scadenza, il suo carico di significati e conseguenze è felicemente rimosso. Mica si parla del ruolo (inesistente) dell’Europa in Palestina e (minimo) in Ucraina - essendo impopolare il prossimo decreto armi praticamente si fa, ma non si dice - o di che ne sarà del vecchio continente, che finora ha retto sulla politica estera perché c’erano gli Stati Uniti, se vince Trump. Riflessione scomoda su cui, dopo gli ultimi sondaggi che lo davano in vantaggio, si è cimentato ieri l’editoriale del Nyt.
E per una volta l’Italia non è l’eccezione in un’Europa modello. Ma l’Europa è lo specchio dell’Italia, segnata anch’essa un po’ ovunque nei singoli Paesi dalla preoccupazione “elettorale” per i riflessi interni delle guerre più che da quello che può fare nello scenario internazionale. La suggestione, per ora tale è, di Mario Draghi per la prossima commissione europea in fondo riflette proprio questa fragilità della politica che mette in conto di ricorrere a un “uomo della Provvidenza”, di indubbio prestigio e indiscusse capacità, ma non eletto. Proprio mentre si prepara al voto.










