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di Giovanni Orsina

La Stampa, 24 aprile 2023

Il 25 aprile non è mai stato, non è, e a questo punto si rischia di dover ammettere che probabilmente non sarà mai, un giorno di concordia e unanimità. A settantotto anni dalla Liberazione, forse è il caso di prenderne atto e puntare le pochissime fiches condivise che ancora ci son rimaste su qualche altra data. Il 2 giugno, ad esempio.

La ragione per la quale il 25 aprile continua a dividere è banale: perché alle forze politiche, tutte, è sempre convenuto e continua a convenire brandirlo come un randello assai più che trasformarlo in un terreno di convergenza. Qualche giorno fa, sul Foglio, Giovanni Belardelli ha pubblicato una storia sintetica e magistrale del giorno della Liberazione, ricostruendone la vicenda dal 1946 al 1994 e mostrando con chiarezza in quale modo, con l’eccezione di qualche sporadico momento felice, su quella data i partiti abbiano sempre litigato. Magari sarò smentito, me lo auguro davvero. Ma la marcia di avvicinamento a questo 25 aprile 2023 lascia pensare che alla storia di Belardelli aggiungeremo domani un capitolo assai simile ai precedenti. Solo, ancor più stanco e ripetitivo.

L’allarme sul presunto pericolo fascista che ci ha accompagnato nei mesi scorsi, dallo scioglimento delle camere a luglio fino ai primi passi del governo Meloni, è ormai finito nella pattumiera della storia, dalla quale in verità sarebbe stato meglio non fosse mai uscito. Non hanno dato mostra di crederci gli elettori e oggi non ha più alcun credito al di fuori d’Italia, dove pure - la Penisola non essendo monopolista di sciatteria intellettuale - aveva trovato larga eco. Ciò che resta di quel brutto dibattito è il mostriciattolo, più sgraziato ancora, se possibile, col quale abbiamo a che fare oggi: una polemica miserevole su una pagina della nostra storia che meriterebbe ben altro destino.

Hanno certamente contribuito a immiserirla, quella pagina, varie uscite estemporanee di esponenti di rilevo dell’attuale maggioranza - e in particolare, a dire il vero, di un singolo esponente, che siede però su uno scranno assai alto e non si risparmia nell’esternare. Ammesso che in quelle uscite ci sia una ragione politica, è presto detta: tanto meno il governo Meloni riesce a dotarsi di una chiara identità di destra attraverso provvedimenti concreti, tanto più diviene importante che quest’identità sia dichiarata a parole sul palcoscenico della nostra vita pubblica. E il governo Meloni non riesce a dotarsi di una chiara identità politica di destra perché lo spazio di manovra del quale dispone, e disporrebbe qualsiasi altro esecutivo al suo posto, è prossimo allo zero. Questo in buona sostanza - altro che fascismo! - è un governo di centro: tiene i conti in ordine, tenta di realizzare il Pnrr, preserva la continuità nelle aziende partecipate, gestisce come può i flussi migratori. Qualche provocazione di tanto in tanto, sull’antifascismo o su altro, è il minimo indispensabile a dimostrare che, sì, l’Italia in effetti è amministrata da destra.

Mettete questo ragionamento davanti a uno specchio e avrete l’immagine delle opposizioni. Poiché Meloni governa dal centro, sulle questioni davvero importanti le opposizioni faticano ad attaccare: che fai, critichi il ministro Giorgetti perché tiene sotto controllo il deficit? Poiché lo spazio di manovra politico di cui dispone l’Italia è prossimo allo zero, non saprebbero proporre soluzioni alternative. In più, le opposizioni sono divise e confuse - da ultimo, la neo-leader del Partito democratico si è dimostrata cauta a tal punto da non voler prendere posizione nemmeno sull’orsa JJ4. Che cosa potrà mai esserci di meglio, allora, che una bella polemica sul 25 aprile per flettere teatralmente i muscoli di fronte all’opinione pubblica? Siamo così arrivati a un esito grottesco: il rifiuto, da parte dell’opposizione, di votare al Senato una mozione della maggioranza, nella quale ci si dichiarava contro ogni potere totalitario “e segnatamente contro il nazismo, il fascismo, il comunismo”, affermando che non avrebbe contenuto l’antifascismo. Essere antifascisti, insomma, è diverso dall’essere contro il fascismo.

La politica, italiana e non solo, manca di sostanza da tanti anni, ormai. Si concentra allora sulle questioni identitarie, incluse quelle che, avendo a che fare con l’identità del Paese, dovrebbero unificare e non politicizzarsi. Con l’effetto, fra l’altro, di far del Capo dello Stato il monopolista assoluto della rappresentanza dell’unità nazionale, rafforzandolo ma anche sovraccaricandolo.